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Tornare a stampare moneta per finanziare la spesa pubblica è davvero la panacea di tutti i mali, e del principale malanno delle economie moderne, quel livello eccessivo di indebitamento mondiale che ha raggiunto la cifra monstre di 250 mila miliardi di dollari e che viene indicato come la causa primaria della crisi economica?

Il confronto con un’epoca in cui questo era possibile appare, nel caso italiano, impietoso e parrebbe dar ragione a quanti sostengono che il signoraggio primario rappresenti la soluzione di ogni problema.

Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, in una serie di articoli apparsi su Libero, si cimentano nell’esercizio e concludono che la politica monetaria espansiva possibile fino al divorzio Banca d’Italia-Tesoro del 1981 aveva consentito incrementi percentuali a due cifre del reddito negli anni Settanta e Ottanta, pressione fiscale ridotta e un’efficace politica di investimenti pubblici, il tutto senza moltiplicare il debito pubblico.

Questi lusinghieri risultati sono stati compromessi quando la rimozione della possibilità di calmierare i tassi di interesse ha causato il rallentamento economico del Paese, il crollo degli investimenti, l’inasprimento fiscale e l’esplosione del debito pubblico, passato dal sessanta percento del Prodotto Interno Lordo (1980) ad oltre il centotrenta percento (2018), nonostante l’aumento della pressione fiscale e la folle campagna di privatizzazioni degli anni Novanta.

Tutto ciò, se da un lato è vero, dall’altro sottovaluta il fatto che la pessima disciplina fiscale, già prima del 1981, è stata all’origine di molti problemi odierni, come la violenta crescita della spesa pensionistica e le logiche parassitarie della spesa pubblica, oltre che della bolla inflazionistica degli anni Settanta.

Appare sbrigativo, inoltre, affermare che sia sufficiente ripristinare una politica monetaria espansiva per evitare la decrescita infelice. Qualsiasi ragionamento economico deve essere più articolato e non può prescindere dal contesto.

Il contesto mondiale, negli ultimi decenni, è infatti completamente mutato, soprattutto per effetto della famigerata globalizzazione: sono cambiati attori e protagonisti, modelli di consumo, tecnologie, demografia; molte cose sono irrimediabilmente peggiorate, come l’impatto ambientale dell’attività umana e del sovrappopolamento, impatto divenuto insostenibile.

C’è soluzione? Secondo Becchi e Zibordi “… la soluzione dei problemi di debito, quando superi una certa soglia, e nel mondo (non solo in Italia) questa soglia è stata superata, è sempre un misto di default e stampa di moneta.” [corsivo nostro]

Fermo restando che la via per ridurre l’eccessiva pressione fiscale, e prima di giungere al default, rimane la riduzione della spesa improduttiva, limitare o, forse, evitare del tutto il default è possibile nel caso italiano grazie all’ingente entità del risparmio privato (che supera i 4000 miliardi, di cui oltre 800 miliardi in forma liquida).

La soluzione consisterebbe nell’ indirizzare parte di questo risparmio verso emissioni incentivate e (in seconda battuta) forzose di titoli di stato garantiti a tassi inferiori a quelli “di mercato”.

Il bilancio italiano presenta da decenni un avanzo primario, ossia lo stato preleva dai cittadini più di quanto restituisce sotto forma di beni e servizi; il debito pubblico aumenta, nonostante questo, a causa della spesa per interessi passivi, che vanificano ogni sforzo.

Ridurre la spesa per interessi consentirebbe dunque di allontanare lo spettro del default.

Si noti che è una misura ben diversa dal prelievo forzoso: infatti, in luogo di una sottrazione di risparmio privato, si fornirebbe ai risparmiatori una forma di investimento garantita dallo stato.

Per ridare contenuto reale a un debito esorbitante e allo stato attuale, in larga parte, privo di valore è infine auspicabile ricorrere alla stampa di moneta per finanziare gli investimenti pubblici nei settori strategici (una volta individuati), come suggeriscono Becchi e Zibordi e come sostiene ad esempio Herman Daly nel suo Ecological Economics (2011).

Riduzione della spesa improduttiva, collocamenti incentivati e/o forzosi di titoli di stato e stampa di moneta destinata agli investimenti sono misure ardue e impopolari, che un governo fortemente deficitario sul piano concettuale, titubante sotto il profilo realizzativo e imbarazzante su quello comunicativo, assai difficilmente potrà attuare.


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