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E’ corretto salvare le banche, a prescindere? I frequenti salvataggi bancari (almeno dodici negli ultimi anni) vengono usati, alternativamente, come clava propagandistica di una fazione politica contro l’altra.

Ma si evita quasi sempre di rispondere alla domanda fondamentale: lo Stato deve intervenire in tutti i casi di dissesto bancario?

La risposta è SI’, se l’intento è quello di preservare la moneta, bene pubblico, che circola su base fiduciaria all’interno della collettività e che viene creata, in gran parte, dal sistema bancario attraverso l’esercizio della funzione monetaria.

Come afferma Paolo Mottura, Professore Emerito della Bocconi: “… la banca è speciale per la funzione monetaria del suo debito e … sussiste una situazione di incompatibilità e di incongruenza fra mercato e banca.

Da questa peculiarità nella natura della banca, che ha come conseguenza l’incompatibilità con il mercato, devono discendere regolamentazioni specifiche: “… la banca è un debitore speciale e deve perciò, in quanto tale, essere sottoposta a regolamentazione specifica, in ragione delle esternalità negative che essa potrebbe porre a carico dei creditori e del mercato.” (P. Mottura in Gorton Gary B., Perché non vediamo le crisi, 2011).

Negli Stati Uniti il Glass-Steagall Act del 1933 fu la risposta del Congresso degli Stati Uniti alla crisi finanziaria iniziata nel 1929 che mise in ginocchio numerose banche americane. La legge bancaria Glass-Steagall istituì la Federal Deposit Insurance Corporation con lo scopo di garantire i depositi e ridurre il rischio di panici bancari, e introdusse una netta separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento. In base alla legge, le due attività non poterono più essere esercitate dallo stesso intermediario, e si realizzò in tal modo la separazione tra banche commerciali e banche di investimento.

I successivi interventi legislativi, inaugurati con la sciagurata stagione della deregulation degli anni Novanta, hanno abrogato le disposizioni del Glass-Steagall Act del 1933, in particolare quelle che prevedevano la separazione tra attività bancaria tradizionale e investment banking.

In Italia, la Legge Bancaria del 1936, in perfetta analogia con il Glass-Steagall Act, considerava le banche come pubblica istituzione, deputata allo svolgimento dell’attività bancaria in regime di separatezza temporale e settoriale.

Concepita nell’epoca della deregulation, una delle novità della Legge Bancaria del 1993, che ha stravolto l’impianto della precedente disciplina, è l’introduzione del concetto di banca universale che ha natura imprenditoriale e che può esercitare congiuntamente la raccolta del risparmio presso il pubblico e, allo stesso tempo, il credito a medio e lungo termine.

Che cosa non ha funzionato a causa delle nuove regolamentazioni? Molte cose (entità e durata della crisi finanziaria lo testimoniano) ma un fenomeno, su tutti, ha inciso sul deterioramento del quadro economico: la crescita abnorme e disordinata dell’indebitamento.

Secondo la magistrale sintesi di Mottura: “Nel caso degli Stati Uniti appare ora evidente la scelta, squisitamente politica, di finanziare la domanda di consumo con un’abbondante distribuzione di credito, piuttosto che con una più equilibrata distribuzione dei redditi. Nel caso dell’Italia è stata squisitamente politica la scelta di finanziare la spesa pubblica anche con pubblico indebitamento. In definitiva, le crisi finanziarie hanno origine primaria e principale nella creazione di indebitamento eccessivo, o privato o pubblico.

Buonsenso e evidenze storiche suggerirebbero di recuperare lo spirito delle regolamentazioni precedenti, in modo da prevedere:
• Separazione tra credito e speculazione, e tra credito a breve e lungo termine
• Più ampi poteri di indirizzo del credito
• Potenziamento della riserva obbligatoria per limitare la leva finanziaria
• Estrema cautela nei confronti dell’innovazione finanziaria.

Le regolamentazioni dei primi anni Trenta erano conseguenti alla crisi del 1929, e facevano tesoro di quella tragica esperienza. E’ bastato qualche decennio di relativa tranquillità finanziaria per dimenticare che l’attività bancaria, soprattutto nello svolgimento della funzione monetaria, ha risvolti che non possono essere lasciati al mercato. Ci si è cullati nella sciocca illusione che modelli quantitativi fondati su inconsistenti teorie economiche prevenissero le crisi.

E nel frattempo, ora che la frittata è fatta, il livello di indebitamento ha toccato livelli da capogiro e i casi di default si susseguono senza tregua? Ora si tratta di dare contenuto reale alle attività finanziarie, che rappresentano il credito verso un futuro che, allo stato attuale, non si realizzerà mai. Per farlo è necessario avviare un programma di investimenti nei settori strategici (e l’Industria 4.0 deve essere uno di questi) finanziato attraverso la stampa di moneta.


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