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Luca Ricolfi è una persona intelligente. Un sociologo preparato, analista attento. Abituato a lavorare, e bene, sulla base dei dati. Però a volte si rischia di scivolare quando, ai dati, si sommano i pregiudizi. Ricolfi è contrario al “liberi tutti” della nuova fase di contrasto al virus. Ed in particolare è contrario agli spostamenti turistici.

Così parte dai dati reali, e cioè che in 15 province italiane la curva dei contagi è in piena risalita. Vero, anche se quando vengono forniti i dati nazionali il pericolo viene annacquato dalla situazione positiva degli altri territori. Ma quando Ricolfi accusa gli spostamenti per il turismo si dimentica di analizzare quali sono le province con i segnali preoccupanti. Perché 8 sono in Lombardia, compresa Milano, e poi Alessandria, Vercelli, Bologna, Arezzo, Rieti, Roma, Macerata.

Dunque non Venezia, non Rimini, non Trento, Aosta, non Imperia o La Spezia, non le province della Puglia, della Sardegna, della Calabria, della Sicilia. La ripresa dei contagi non si concentra a Cortina, a Forte dei Marmi, a Porto Cervo. Non nelle località turistiche ma nelle province dove si lavora. E in numerosi casi si tratta di contagi nelle Rsa, negli ospedali. Nulla a che spartire non solo con il turismo ma neppure con i riti dell’aperitivo.

Forse il nuovo allarmismo è destinato a scoraggiare le vacanze in modo da far ripartire i consumi in città. O a preparare i sudditi alle nuove chiusure, perché Ricolfi assicura che al lavoro i rischi sono molto minori. Lavorare senza svaghi, l’Italia dei nuovi schiavi.


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