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I lettori di ElecTo Mag perdoneranno questa sfrontatezza, mi allontano infatti dal mio ambito di pertinenza per studi e passione, quello artistico-umanistico, per un’incursione in ambito ecologico.

Un recente articolo di Caterina Soffici su La Stampa del 14 aprile “Zero plastica, la generazione che non inquina”, ha acceso i riflettori sulla denominata Gen Zero, ovvero le persone che si sforzano di combattere l’inquinamento da materie plastiche cercando di vivere senza impiegare plastiche e derivati non biodegradabili.

L’articolo, ben scritto e lucido, pur facendo apprezzare gli sforzi di questi “neoecologisti” e denunciando il problema dell’inquinamento non affronta però un aspetto cruciale della questione: per quanto buone siano queste scelte, per quanto impatto possano avere gli esempi positivi e le iniziative private, la vera svolta deve avvenire a livello amministrativo, sia nazionale che internazionale: la plastica deve essere resa illegale da chi ci governa.
E no, non bastano i sacchetti della spesa. Tutta la plastica non biodegradabile deve essere ritirata dal commercio.

Capisco che per noi, generazioni nate e cresciute in mezzo alla plastica, questa proposta possa sembrare irrealistica, persino inutilmente folle. Non pensiate che l’ennesimo richiamo su queste questioni sia dettato da un qualche vago sentimento tardohippie di idealizzazione della natura idilliaca: la Terra è piuttosto robusta e se ha resistito nelle ere a impatti con meteoriti, glaciazioni ed eruzioni vulcaniche qualche tonnellata di plastica non la spaventa, magari ci vorrà qualche milione di anni ma ne verrà a capo.

Il problema è che quella plastica a noi fa male, tumori naturalmente, ma non solo; basti pensare che il PVC che ogni bambino e adulto armeggia ore e ore al giorno è stato dimostrato essere concausa della diminuzione della fertilità nella popolazione maschile.

E poi certo, c’è il mare, e il mare è un po’ parte di noi. A che serve che le strade delle città siano pulite se poi la plastica viene riversata in mare? Fonte di cibo, di svago, di energia, di biodiversità? Nel 1977 Dalla cantava “Così stanno uccidendo il mare. Stanno umiliando il mare” eppure nel 2018 ogni anno, cito ancora Soffici, vengono riversate in acqua 8 milioni di tonnellate di rifiuti non degradabili.

La plastica è un veleno, e come a volte succede con i veleni, usati in piccole quantità possono avere effetti benefici, la plastica usata per scopi sanitari o altri impieghi in cui risulta insostituibile è una benedizione ma per la quotidianità bisogna intervenire drasticamente: come è possibile che 100 grammi di gorgonzola di supermercato abbiano tre strati diversi di confezione plastica?

La parabola dei materiali plastici ricorderà in futuro da vicino quella dell’amianto, che sembrava aver risolto i problemi dell’edilizia prima di scoprire quale terribile prezzo in salute comportasse.

Parlando di prezzo (propriamente economico), naturalmente il primo impatto di un’operazione plastic-free sarà drammatico. I polimeri hanno permesso in questi decenni un abbattimento dei costi industriali altissimo, e un parziale ritorno a materiali più pregiati implicherà una sicura perdita di ricchezza. Ma anche queste speculazioni sono relative; gli oggetti plastici hanno obiettivamente una vita utile relativamente breve e sembrano studiati per iscriversi perfettamente nel contesto capitalista: facilmente rompibili, vanno sostituiti dopo poco tempo comportando una nuova spesa.

La Storia non è fatta solo di progressione costante, bisogna saper riconoscere gli sbagli e porvi rimedio, a volte tornando indietro, rincorsa per un salto in avanti ancora più lungo.

Noi sappiamo quale costo assurdo ha la plastica, i nostri governanti lo sanno, e riporre le speranze in possibili batteri mangia-plastica è troppo poco.

La Storia si fa ora, negli anni dieci del duemila, bandendo la plastica.


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