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Tangentopoli, la mitologia fondante di questa specie di carrozzone che è la terza repubblica, in fondo è stata due cose: il gigantesco tentativo di portare al potere la sinistra per via giudiziaria e un’altrettanto gigantesca foglia di fico per il sistema di malaffare che, in Italia, regola da sempre l’assegnazione di appalti e favori da parte dei politici.

Fino ad oggi, Tangentopoli, con il suo corollario espiatorio che prende il nome di “mani pulite”, ha rappresentato, nell’immaginario collettivo, il male assoluto, in termini di pubblica amministrazione e di corruzione politica: io dico che, confrontata con il sistema che vige adesso nel nostro Paese, Tangentopoli era un paradiso. Tanto per cominciare, quando i giudici milanesi hanno dato il via alla caccia alle streghe, tutti sapevano come andavano le cose e molti hanno esclamato: era ora, addavenì Baffone!

E il castigamatti, effettivamente, è venuto: solo che ha castigato certi matti e certi altri no. Però, la gente, che si beve qualunque broda, si è sentita vendicata: ha lanciato le sue monetine, ha inveito, ha maledetto e, pacificata, è tornata a ronfare davanti alla tv. E cosa è successo, nel frattempo? Sono arrivati nuovi partiti e nuovi partitanti, che hanno ripreso, come se nulla fosse, a macinare mazzette e strette di mano: stavolta, però, con sostanziali differenze, rispetto alle vagonate di miliardi che prendevano la via dei partiti di una volta.

Oggi, le palanche non servono direttamente a gonfiare i conti dei politici: diventano, chessò, oneri di urbanizzazione, e servono a fare girare le ruote degli enti locali, che, altrimenti, data la penuria di valsente, non potrebbero nemmeno potare le aiuole. E si sprecano in mille rivoli, anziché in qualche grande fiume.

La differenza consiste nel fatto che, al tempo di Craxi e Forlani, c’erano le tangenti, ma le opere, bene o male, si facevano. Oggi, invece, le tangenti ci sono ancora (e, forse, sono perfino maggiori), ma, vuoi per la strangolante legislazione antitruffa, vuoi per la burocrazia ingigantitasi, vuoi per la patente incapacità della nuova classe dirigente, i lavori non si fanno.

Prima eravamo un Paese corrotto: adesso, scopriamo di essere un Paese corrotto e paralitico.

Così, io, che alle spalle non ho Archimede siracusano o il partenopeo Giambattista Vico, ma ho come ben più pedestri modelli il Carlin Porta o, peggio ancora, il Michelass, che magna, bif e va a spass, suggerisco una soluzione che sia, al contempo, pratica e giuridicamente ineccepibile. Dopo le millanta leggi e leggine che regolamentano ogni singola virgola dell’iter amministrativo, facciamone una, chiara e onnicomprensiva, che ci faccia uscire da questa stagnazione del dopo Tangentopoli, che va avanti da quasi trent’anni: mettiamo a bilancio la corruzione.

Basta inserire una clausola chiara ed inequivocabile nell’assegnazione di opere, appalti, concessioni edilizie e via discorrendo: una porzione dell’impegno economico, diciamo il dieci per cento, va rubricata alla voce “corruzione”.

Facciamo come per il divorzio o per l’aborto: la ratio giuridica sarebbe, in fondo, la stessa. Il divorzio e l’aborto, de facto, esistevano anche prima delle rispettive leggi: averli codificati ha offerto una tutela a chi ne voleva usufruire, senza obbligare nessuno a divorziare o ad abortire. Allo stesso modo, uno, se è una persona onesta, mica deve per forza corrompere o essere corrotto: però, diamo modo a chi vuole farlo di agire all’interno della legalità. Tanto, in Italia, la corruzione, ormai, è inestirpabile: tanto vale portarla alla luce del sole. Insomma, suggerisco un antiproibizionismo tangentaro. Che, tra l’altro, impedirebbe alla magistratura di riprovarci.


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