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La Politica Economica si compone di quattro linee di azione principali: politica fiscale (spesa pubblica, imposte e debito pubblico), politica monetaria (emissione di moneta), politica industriale e politica internazionale (scambi commerciali e finanziari).

Gli obiettivi della Politica Economica sono, tradizionalmente, la crescita illimitata del Prodotto Interno Lordo (PIL) e, in subordine, la piena occupazione.

Questi obiettivi hanno funzionato, più o meno bene, fino a quando l’ambiente poteva essere considerato infinito rispetto alla dimensione del sistema economico.

L’Ecological Economics, disciplina consolidatasi negli anni ’90 a seguito della consapevolezza che una crescita quantitativa infinita è impossibile in un ambiente finito, valuta invece qualsiasi obiettivo di politica economica sotto tre punti di vista che fissano i vincoli per le azioni conseguenti (H. Daly, J. Farley, Ecological Economics, IslandPress, 2011):
scala (dimensione fisica del sistema economico in relazione all’ecosistema);
distribuzione (ripartizione delle risorse tra gli individui);
efficient allocation (ripartizione delle risorse tra diversi beni e servizi).

Nell’ottica dell’Ecological Economics, ad esempio, la creazione di debito pubblico è poco desiderabile: a causa della maturazione di interessi il debito ha infatti una logica esponenziale che confligge con la linearità dell’ecosistema. Meglio ricorrere alla stampa di moneta per finanziare gli investimenti.

Auspicabili sono invece le riconversioni industriali che consentono di risparmiare energia e materiali e, in questo senso, grandi speranze sono riposte nell’avvento dell’intelligenza artificiale e, in generale, dell’Industria 4.0.

Assai critica, infine, la posizione dell’Ecological Economics sulla globalizzazione, di cui le migrazioni rappresentano un aspetto non secondario: “La globalizzazione erode i confini nazionali per scopi economici (libero mercato e non controllata immigrazione). La conseguenza è la tragedia dei beni comuni.” (H. Daly, in La Soglia della Sostenibilità, Donzelli, 2011).

Secondo i canoni dell’Ecological Economics, molte delle azioni intraprese dal governo gialloverde appaiono deludenti o decisamente insufficienti.

1. Tardiva e troppo timida è sembrata la posizione sul global compact, accordo internazionale di chiaro stampo immigrazionista.

2. Sconcertante l’assenza di un piano organico per sostituire il traffico stradale con quello ferroviario, soprattutto ora che il disastroso crollo del ponte Morandi di Genova ha messo in luce debolezza e inefficienza del trasporto su gomma.

3. L’ipotesi di emissioni incentivate di titoli di stato riservati ai risparmiatori italiani, volta a ridurre il costo per interessi, causa prima dell’esplosione del debito pubblico, sembra scomparsa dai radar delle proposte di governo, dopo essere stato abbozzata nell’estate.

4. I tentennamenti sulla cosiddetta ecotassa, dopo anni di incentivi all’installazione di pannelli solari dalla dubbia efficacia in luogo di incentivi per la costruzione di colonnine di ricarica, rivelano assenza di visione strategica e dipendenza da lobby industriali prive di sensibilità ecologica.

5. La cessione di Magneti Marelli, raro e forse unico esempio di multinazionale italiana impegnata nell’Industria 4.0, è avvenuta nell’assordante silenzio di un governo che, almeno in parte, si dichiara sovranista.

6. E, tutto sommato, anche la precipitosa retromarcia sulla tassazione delle bibite zuccherate, che avrebbe generato introiti e disincentivato consumi poco salutari, è sintomo di un atteggiamento quantomeno ondivago sui temi legati al benessere, benessere che non coincide con la crescita del PIL.

Il Secondo Principio della Termodinamica, su cui si fonda anche l’Ecological Economics, afferma che l’entropia dell’universo, ossia il disordine, aumenta in modo irreversibile.

Il disordine nelle dichiarazioni prima ancora che nelle azioni del governo gialloverde conferma questo principio.


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