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Il lavoro da casa, lo smartworking più del telelavoro, pare stia facendo bene alla produttività. Non in tutti i casi, ovviamente, ma nella maggior parte delle attività pubbliche e private.

Può essere l’effetto della novità, la mancanza di distrazioni causa carcerazione collettiva, persino l’entusiasmo per non dover frequentare colleghi e colleghe diversamente simpatici. Probabilmente, causa emergenza, non si sono ancora fatti sentire gli effetti negativi della mancanza di confronto, di discussione. Perché non tutti i confinati a casa sono meri esecutori.

In ogni caso è evidente che l’organizzazione del lavoro nelle aziende italiane, private o pubbliche, faceva schifo. Vecchia, superata, fondamentalmente ottusa. Incapace di valorizzare le qualità, di superare i conflitti, di stimolare verso un miglioramento. Nessuna concessione alla lean production, troppo giapponese, ma un doppio salto mortale all’indietro per tornare ai padroni delle ferriere. Persino il fordismo appariva troppo moderno, troppo innovativo. Ma poi ci si interrogava sul perché la produttività italiana fosse così bassa.

Colpa dei cattivi lavoratori che non amano il padrone, che non si inchinano di fronte alle amanti promosse a dirigenti, a figli stupidi nominati amministratori, a servi inetti piazzati a comandare ai vari livelli. Bene, ora gli ingrati percettori di salario hanno aumentato la produttività senza essere controllati dalle spie del padrone. E l’aumento è ancor più significativo perché è al netto di chi, stando a casa, non fa assolutamente nulla. Non è che i renitenti alla vanga si siano messi a lavorare, ma la loro assenza impedisce ai colleghi di sentirsi stupidi mentre lavorano al posto dei fancazzisti.

Che poi, se per il padrone delle ferriere era troppo impegnativo studiare gli esempi di lean production nel mondo intero, sarebbe stato sufficiente guardarsi i film di Fantozzi. Ma forse anche quelli erano troppo difficili da capire.


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