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Nel corso delle esperienze avute con Markinvenio abbiamo testato più volte il mercato e cercato di individuare i tasti dolenti del mancato sviluppo industriale italiano.

Tra i problemi storico-strutturali legati al fisco, alla vocazione terzista di troppe imprese, alla mentalità imprenditoriale del dopoguerra, alla vocazione assistenziale di alcune aree favorita dalle logiche politiche anni’70 e ancora molto radicata, dalla scarsa considerazione della “cosa pubblica” se ne aggiungono altre tra cui in particolare una fa da collante un po’ per tutto.

Si tratta della sudditanza di molte istituzioni agli interessi della grossa impresa che condiziona e dirige il tessuto economico e sociale, con una commistione di interessi che spesso altera la pubblica efficienza e falsa la concorrenza e il libero mercato.

Perciò, se è vero che il liberismo e il capitalismo creano schiavi e concentrano le ricchezze, è vero anche però che in Italia libero mercato non c’è mai stato, perché le iniziative, gli sforzi, le idee dei piccoli sono state spesso stroncate dai favori ai grossi anche permettendogli monopoli, in quanto spesso lo Stato non è autosufficiente.

E’ così che se sull’innovazione bisogna investire in Italia i piccoli devono trovare chi li supporta oppure bruciare tutte le loro risorse in un sogno che potrebbe essere bruciato da una falsata competizione, oppure regalare il lavoro alla multinazionale più vicina.

Perché questo si applichi sono state fatte nel corso del tempo anche leggi sul conflitto di interessi che se da un lato sono rivolte ad evitare concentrazioni, dall’altro lato le creano impedendo a strumenti pubblici di agire per le innovazioni con partnership qualunque piuttosto che aggregarsi come fanalini di coda per le briciole a colossi partecipati o meno che in qualche modo possono giocare sull’interesse nazionale.

Se, come diceva Gattopardo, si cambia perché tutto resti uguale l’Italia perderà un’altra occasione.

​​​​​​​Francesca


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