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Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea (BCE), durante un recente intervento alla Scuola Sant’Anna di Pisa, ha sostenuto che

… il finanziamento monetario del debito pubblico non ha prodotto benefici nel lungo termine (fonte: Ansa)

e per convalidare la sua tesi ha analizzato la politica italiana degli anni ’70, durante i quali

… il Paese [l’Italia] dovette ricorrere ripetutamente alla svalutazione per mantenere un ritmo di crescita simile a quello degli altri partner europei, … ricordando che l’inflazione divenne insostenibile e il caro vita colpì i più vulnerabili.

Prima ancora di entrare nel merito delle affermazioni, è già positivo che il massimo esponente della BCE parli apertamente, pur dichiarandosene avverso, della “possibilità di stampare moneta per finanziare il deficit” (ossia del signoraggio primario), tema che solo pochi anni fa era guardato con sospetto e confinato in ambienti eretici.

Nel merito, ha ragione Draghi nel sostenere che finanziare il deficit pubblico con il signoraggio provoca inflazione e perdita di competitività?

SI’, in base ai dati relativi al periodo storico preso in esame dal presidente della BCE.

Ma, soprattutto, NO: basta considerare un periodo diverso o altre aree geografiche per “dimostrare” il contrario.

In realtà, in un caso come nell’altro, non si dimostra proprio nulla: le valutazioni economiche sono sempre contestuali e non possono essere destoricizzate.

Nella fattispecie, gli anni ’70 sono stati un periodo in cui la classe politica italiana, incapace di garantirsi un consenso eroso dal rallentamento economico, se lo “comprò” attraverso l’aumento dissennato della spesa clientelare (pensioni facili, impiego pubblico).

Questa spesa era finanziata, fino al cosiddetto divorzio Banca d’Italia-Tesoro del 1981, da una politica monetaria accondiscendente.

Il citato divorzio, concepito con scopi “educativi” e dissuasivi, ha avuto un esito ben diverso da quello sperato; come spiega infatti Ignazio Musu: “Si era coscienti del fatto che il venire meno del finanziamento del disavanzo attraverso la Banca centrale avrebbe spinto ad aumentare il debito pubblico; … ma si riteneva anche che il governo e il Parlamento, messi davanti al dato che un aumento del disavanzo del bilancio pubblico avrebbe implicato costi maggiori in termini di maggiori tassi di interesse e quindi di maggiori spese per interessi, sarebbero stati indotti a una maggiore disciplina. … Invece purtroppo le cose non andarono così.” (Musu, Il debito pubblico, Il Mulino, 2006)

Gli effetti del divorzio non sono stati quelli desiderati: la spesa corrente primaria non è mai diminuita e in aggiunta è schizzata la spesa per interessi, che ha operato da volano per il debito pubblico. I tassi, non più calmierati dall’intervento della Banca d’Italia e dai vincoli amministrativi imposti alle banche, hanno subito un’autentica impennata nell’ultimo ventennio del secolo scorso e la spesa per interessi, conseguentemente, è cresciuta in modo repentino.

Si può quindi validamente sostenere che negli anni ’70 la crescita della base monetaria risultava sì inflazionistica, ma almeno era destinata a finanziare il sistema pensionistico e il pubblico impiego, ossia pensionati e dipendenti pubblici, quindi cittadini; dagli anni ’80 in poi la spesa per interessi ha invece beneficiato soggetti in posizione di rendita (società finanziarie italiane ed estere) generando un perverso meccanismo di redistribuzione al contrario.

Come mai si possono dare interpretazioni diametralmente opposte dello stesso fenomeno economico (in questo caso del signoraggio)?

Perché l’Economia è un insieme di opinioni, più che una Scienza, o meglio, come conclude Mottura “È dunque l’economia un’opinione o una scienza? Probabilmente essa è un’opinione che cerca fondamenti scientifici.” (P. Mottura in Gorton Gary B., Perché non vediamo le crisi).

Quello che sembra innegabile è che il debito pubblico, a causa della dinamica esponenziale degli interessi passivi, risulta incompatibile con l’equilibrio ecologico di un pianeta ormai saturo.

Inoltre è opinione diffusa presso gli economisti che l’eccesso di indebitamento (sia pubblico sia privato) vada annoverato tra le cause principali delle crisi finanziarie: “In definitiva, le crisi finanziarie hanno origine primaria e principale nella creazione di indebitamento eccessivo, o privato o pubblico.” (Gorton Gary B.)

La soluzione, suggerita ad esempio da Herman Daly (H. Daly, Ecological Economics, IslandPress, 2011), è la riduzione della spesa improduttiva e il ricorso all’emissione di moneta, e non al debito, per favorire gli investimenti in processi di riconversione industriale.


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