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Nei prossimi giorni il ministro Tria volerà in Cina.
Strano che per il suo primo viaggio ufficiale in qualità di responsabile del dicastero dell’economia e delle finanze italiano abbia scelto il colosso dell’Estremo Oriente e non uno stato europeo.

Meno sorprendente se si pensa a quale sia il suo obiettivo primario: vendere il debito pubblico italiano alla banca centrale del dragone.

Già diversi mesi fa, il governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi aveva annunciato di voler ridurre quasi a zero il cosiddetto Quantitative Easing, vale a dire il sistema in base al quale la BCE acquistava titoli di stato dei paesi UE in difficoltà. La quantità di titoli di stato italiani incamerati dalla BCE secondo questo sistema si è aggirato intorno ai 120 miliardi di Euro l’anno. In mancanza di ciò, l’Italia dovrebbe ricorrere ai mercati tradizionali, investitori privati, banche nostrane, singoli cittadini, cosa che nella situazione attuale risulta pressoché impossibile, dato che già negli scorsi anni l’acquisto dei nostri certificati di credito da parte di questi soggetti è sensibilmente diminuito.

A questo punto Tria ha pensato di far valere la propria esperienza – il ministro ha infatti insegnato nelle università cinesi per sette anni – per piazzare il nostro debito in Cina.

Naturalmente i cinesi hanno chiesto una contropartita. Si tratta del controllo del porto di Trieste quale base logistica di quella che viene definita la Nuova Via della Seta. Un’operazione che ha già avviato con il porto del Pireo in Grecia. Un controllo che permetterà di gestire il traffico di merci tra Europa ed Estremo Oriente, passando per il Canale di Suez, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano.

Si tratta di un’operazione finanziaria che si inserisce in una più vasta politica internazionale che i cinesi si possono permettere, in quanto ormai sono il paese con il maggior tasso di sviluppo economico a livello mondiale, secondi solo agli Stati Uniti.

Mentre l’Italia non saprebbe in quale altro modo finanziare le future emissioni di titoli di stato, con i quali si pagano pensioni, sanità e scuole, ma soprattutto gli interessi sul nostro debito. Insomma, si tratterebbe dell’unico modo per evitare la bancarotta nazionale.

Peccato che per fare ciò si dovrà attingere alle tasche degli italiani, e con quei soldi contribuire non allo sviluppo del nostro paese bensì a quello cinese.

Ma la cosa sorprendente è che di questa notizia si sia avuto riscontro solo in modo marginale e neppure da parte di tutti gli organi di informazione (si fa per dire…) italiani.

Meglio occuparsi, quando si tratta di politiche che riguardano il nostro Governo, di autostrade e di qualche sbarco di migrante.


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