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Se ne parla da qualche tempo e adesso è ufficialmente un nuovo tema dell’agenda economica del nostro paese: è il “good State”, l’ultimo ritrovato della ricerca scientifica della London School of Economics che propone l’intervento degli stati sovrani (o quel che ne rimane) nel ciclo economico nazionale con la missione di proteggere i cittadini dall’invadenza della globalizzazione.

Essenzialmente, gli studiosi britannici suggeriscono di sviluppare politiche di riqualificazione della forza lavoro attiva, soprattutto quella più agée, e dei disoccupati in cerca di nuovo impiego oppure di preparazione delle nuove generazioni che si affacciano sul mercato del lavoro alle sfide del futuro.

In questo modo, gli stati recupererebbero quella sfera di “sovranità interna” in grado di ridurre le diseguaglianze socio-economiche, attraverso vasti programmi di formazione professionale e di riqualificazione interamente finanziate dalla casse statali.

Per altro verso, lo Stato diverrebbe una formidabile “leva” dell’innovazione tecnologica che è lì da venire, cogliendo il duplice obiettivo di recuperare consenso popolare, specialmente nel ceto medio-basso, e di impiegare in modo efficace le sempre più ridotte risorse pubbliche.

Vien da pensare però che questo spostamento di ingenti mezzi finanziari non potrà che andare a discapito del “welfare State” (altra invenzione britannica del secondo dopoguerra…) oppure delle tasche dei cittadini, che dovranno sopportare livelli superiori di tassazione. Ovviamente, il taglio ai servizi sociali verrà compensato dall’offerta dei servizi privati (pensioni, ospedali, assistenza alle persone, etc.), mentre porterà inevitabilmente enormi vantaggi alle imprese private, che potranno così eliminare del tutto i costi della formazione del personale lasciandoli interamente a carico della collettività.

Se invece si sceglierà la via dell’aumento delle tasse, le categorie che più ne subiranno le conseguenza saranno quelle già tartassate e che (in teoria) dovrebbero ricevere il beneficio.

Sarebbe il trionfo del cosiddetto “stato moderno”, una particolare figura politica formatasi nel XVI secolo, agli albori del grande sviluppo dei traffici commerciali planetari che portò l’Europa a dominare il resto del pianeta, concentrato sui poteri essenziali della difesa del fisco e della giustizia, lasciando alle compagnie private l’iniziativa economica che però andava pur sostenuta e protetta nelle sue ramificazioni coloniali.

Con buona pace dello “Stato sociale”, che nonostante l’ottimo risultato ottenuto all’ultimo Festival di Sanremo ormai non interessa più a nessuno, tantomeno alle sinistre e al sistema di élite intellettual-mediatica che tradizionalmente le appoggia.


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