fbpx


Possiamo anche continuare a giocare alle tre tavolette, togliendo qualche euro da una parte per metterlo dall’altra. Ma se non si cambia velocemente e radicalmente dobbiamo rassegnarci all’idea che tra 50 anni l’Italia non ci sarà più. Resterà un territorio che potrà anche conservare il nome, ma sarà tutt’altra cosa.

Ha scelto di essere politicamente scorretto Dario Galli, viceministro allo Sviluppo economico, intervenendo a Saronno ad un convegno su autonomie ed export organizzato dallo studio Markinvenio.

L’autonomia? Va fatta. Perché è stupido obbligare chi è più veloce a rallentare per non far fare brutta figura a chi è più lento. Non vogliamo cambiare i cardini dello Stato, non toglieremo un euro alle Regioni meno virtuose e non daremo un euro in più alle Regioni più forti. Ma vogliamo offrire a chi sa amministrare meglio l’opportunità di svilupparsi e di crescere ulteriormente attraverso una maggiore efficienza, liberi dalle pastoie burocratiche che bloccano tutto”.

Galli è un leghista della prima ora, forse primissima. Autonomia regionale e non macroregioni come quelle ipotizzate da Miglio e rilanciate dall’avvocato Francesca Caricato che ha organizzato il convegno. Con una sorta di pessimismo di base riguardo alla possibilità di ripresa di un Paese che non vuole più far figli. E la denatalità è un sintomo della rassegnazione, dell’egoismo, dell’individualismo che impedisce di far sistema. Contrario, il viceministro, alla proposta dell’avvocato Edoardo Mazzucchelli di favorire nuova immigrazione per ovviare alla mancanza di giovani italiani interessati al lavoro in fabbrica. D’altronde basterebbe probabilmente offrire retribuzioni decorose per invogliare i giovani italiani. Ed il professor Francesco Menna ha insistito sull’importanza di salvaguardare le diversità tra i popoli che hanno tradizioni differenti e culture non sempre assimilabili.

Per il viceministro l’industria 4.0 è sicuramente importante, ma senza dimenticare che la grande maggioranza dell’industria italiana è legata a processi produttivi tradizionali, “ed è questa l’industria che dobbiamo aiutare perché quella innovativa, quella d’avanguardia, se la cava benissimo da sola ed è in grado di competere a livello mondiale”. Sul fronte industriale è arrivato al convegno il saluto del Collegio dei periti industriali di San Marino, portato dall’amministratore delegato di Markinvenio, Mirko Sempelotti.

Però quando il viceministro ricorda che l’accordo tra Italia e Cina ha portato per ora ad un incremento dell’export di arance mentre la Francia ha incassato molto di più vendendo aerei, finge di ignorare che la produzione industriale italiana diventa sempre meno appetibile all’estero proprio perché non è innovativa. Il Made in Italy premia le nicchie, non la produzione di massa. E la rassegnazione ad un ruolo di terzisti diventa sempre più pericolosa.


Le opinioni dei lettori

Rispondi

La tua email non sarà pubblicata. * Campi obbligatori



Maina

ElecTO Radio

Current track
TITLE
ARTIST