fbpx



Claudio Borghi, economista e deputato della Lega, nel corso di un convegno a Milano, ha sostenuto che l’Unione Europea si è rivelata un ambiente tossico per l’Italia

e la sua crescita asfittica degli ultimi vent’anni, sempre fanalino di coda tra i paesi membri, ne costituisce la plastica testimonianza.

Le regole europee devono quindi essere modificate rimuovendo i vincoli di deficit e portando al centro delle priorità l’occupazione.

Se non si riuscirà in quest’opera, sostiene Borghi, meglio uscire dall’euro e tornare a una moneta nazionale come ai tempi della lira.

Le conclusioni dell’economista della Lega, pur condivisibili nella critica al funzionamento delle istituzioni europee, presentano alcuni limiti. Il problema non consiste infatti nel rispondere al quesito sondaggistico “Euro SI’ o Euro NO”, ma nell’elaborazione di una strategia per restare nell’euro o, all’opposto, di una strategia per uscirne.

In quest’ultimo caso appare sbrigativo affermare che sia sufficiente ripristinare un sistema monetario nazionale e attivare una politica monetaria espansiva per evitare la decrescita infelice.

Qualsiasi ragionamento economico deve essere più articolato e non può prescindere dal contesto. Il contesto mondiale, negli ultimi decenni, è infatti completamente mutato, soprattutto per effetto della famigerata globalizzazione: sono cambiati attori e protagonisti, modelli di consumo, tecnologie, demografia; molte cose sono irrimediabilmente peggiorate, come l’impatto ambientale dell’attività umana e del sovrappopolamento, impatto divenuto insostenibile (si veda in questo sito, “Stampare moneta non basta” del 14 gennaio 2019).

In altre parole, il semplice rewind non funziona.

Se la strada che si decide di percorrere è invece la permanenza nell’euro, l’aumento della spesa e del conseguente debito per finanziare la crescita, come suggerito da Borghi, appare poco auspicabile.

E’ innegabile, infatti, che il debito pubblico, a causa della dinamica esponenziale degli interessi passivi, risulta incompatibile con l’equilibrio ecologico di un pianeta ormai saturo. Ed è inoltre opinione diffusa presso gli economisti che l’eccesso di indebitamento (sia pubblico sia privato) vada annoverato tra le cause principali delle crisi finanziarie:

In definitiva, le crisi finanziarie hanno origine primaria e principale nella creazione di indebitamento eccessivo, o privato o pubblico. (Gorton Gary B.)

Il sentiero virtuoso consiste invece, in linea con quanto sostiene ad esempio Cottarelli, nella riduzione della spesa per ridurre la tassazione, con interventi su spesa per interessi, spesa pensionistica e spese amministrative. Più in dettaglio gli interventi dovrebbero riguardare:

  1. emissioni incentivate e (in seconda battuta) forzose di titoli di stato garantiti a tassi inferiori a quelli “di mercato” finanziate da quote dell’ingente risparmio privato italiano.
  2. Rimodulazioni negli schemi delle prestazioni pensionistiche, che prevedano indicizzazioni attenuate, ricalcolo contributivo e contributi di solidarietà per le pensioni più elevate (ad esempio, per le pensioni che superano il reddito medio italiano), destinando i risparmi alla riduzione del carico contributivo sui nuovi assunti.
  3. Semplificazione amministrativa e introduzione dei contratti di solidarietà nella pubblica amministrazione, in analogia a quanto si fa con successo e già da alcuni anni nel settore bancario.

Pienamente condivisibile e fondamentale per ridare contenuto reale a un debito esorbitante e allo stato attuale, in larga parte, privo di valore appare invece l’idea, di ricorrere alla stampa di moneta per finanziare gli investimenti pubblici nei settori strategici (una volta individuati), secondo quanto suggerito anche dall’economista Herman Daly in Ecological Economics (2011).


Le opinioni dei lettori

Rispondi

La tua email non sarà pubblicata. * Campi obbligatori




ElecTO Radio

Current track
TITLE
ARTIST