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Il direttore generale dell’INPS Gabriella Di Michele con una nota datata 17 giugno, ma di cui si è venuti a conoscenza soltanto a fine mese, ha dichiarato in merito al cosiddetto “bonus baby sitter” contenuto nel Decreto Rilancio,

«si chiarisce la non applicabilità del principio di carattere generale della presunzione di gratuità delle prestazioni di lavoro rese in ambito familiare, salvo si tratti di familiari conviventi con il richiedente», e che «in caso di convivenza i familiari sono esclusi dal novero dei soggetti ammessi a svolgere prestazioni di lavoro come baby-sitting remunerate mediante il bonus in argomento».

Capito? No? Be’, è normale dato che la funzionaria si esprime in perfetto burocratese.
Ma il contenuto delle frasi, tradotto in linguaggio corrente, ha fatto saltare sulla sedia più di un commentatore. Insomma, chi tra il 15 marzo e il 31 luglio di quest’anno ha fatto assistere i figli a consanguinei non conviventi avrà diritto al buono per baby sitter previsto dal decreto Rilancio.

In altre parole anche le famiglie che dichiarano di avere affidato i figli alle cure di nonni, zii e cugini potranno ricevere un contributo del valore massimo di 1.200 euro, che arrivano a 2.000 se si tratta di operatori dei comparti sanità, difesa e soccorso pubblico impiegati nell’emergenza Covid; a patto che i bambini in questione non superino i 12 anni e che i parenti abitino in una casa diversa da quella della famiglia che farà la richiesta. Inoltre debbono essere titolari di pensione di vecchiaia o di invalidità, oppure avere meno di 25 anni ed essere iscritti a un ciclo di studi (nel caso, presumiamo, si tratti di cugini), o altrimenti risultare disoccupati o ricevere assegni di sostegno dallo Stato.

E tutto ciò mentre il governo ha negato il contributo a fondo perduto a 2,3 milioni di professionisti inguaiati dall’epidemia, mentre passa un’umiliante pensione di 310 euro al mese ai ciechi totali ed è stato costretto dalla Corte Costituzionale a innalzare a 287 euro il vergognoso assegno per i disabili impossibilitati a lavorare.

Tanto più che i nonni da sempre si sono occupati dei nipotini senza pretendere di essere remunerati per quello che ritengono un loro dovere parentale. Concetto che è stato anche ribadito da Enzo Costa, presidente dell’AUSER (Associazione per l’invecchiamento attivo) che ha dichiarato: “Non credo sia giusto monetizzare gli affetti: i nonni non sono dei baby sitter, ma agiscono sull’onda del trasporto naturale. Non capisco più questo paese!”.

E Fausto Carioti, su Libero Quotidiano, ha commentato: “Per chi ha congiunti non conviventi e un minimo di dimestichezza con certe pratiche è facile, anche a posteriori, bussare alla porta dell’Inps per chiedere il contributo. Il pericolo è che siano in troppi a farlo, a maggior ragione ora che si è saputo che è possibile accordarsi con i propri familiari. L’istituto ha già fatto sapere che si regolerà in base al criterio cronologico: prenderà i soldi chi arriverà prima, e quando lo stanziamento del governo si esaurirà non ce ne sarà più per nessuno”.

E poi ci lamentiamo se l’Europa ci nega i contributi a fondo perduto!


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