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Non si contano le gaffes e gli strafalcioni economici (ma non solo) di Laura Castelli, dalla sua storica risposta “Non lo so”, sul referendum sull’euro, alla questione delle tessere del reddito di cittadinanza, passando per l’ormai celebre “Questo lo dice lei”, nel dialogo con l’ex ministro dell’Economia Padoan, a proposito di spread e mutui.

La Castelli non deve essere stata quel che si dice una secchiona nei suoi studi, leggiamo sul suo curriculum ufficiale di un diploma in ragioneria e poi una laurea solo triennale in economia aziendale, qualche consulenza fiscale a Collegno, qualche anno da “Addetto alla sicurezza allo stadio di Torino” (in questo uguale al suo sodale Di Maio impegnato al San Paolo di Napoli) e poi la ribalta della politica nazionale già nel 2013. Ben per lei, male per gli italiani visto quel che sta dicendo, e peggio quel che sta facendo. La polemica con i ristoratori non si placa, malgrado lo staff di Laura Castelli provi a smentire nuovamente le frasi che vengono attribuite alla viceministra M5S – “I ristoranti? Chiudano”, “Pochi clienti, trovino un altro lavoro”, “Non hanno più clienti? Allora cambino mestiere”, “Siete in crisi? Cambiate lavoro”.

Le difficoltà di ristoranti e bar, dopo la pandemia, non sono da imputare ad un cambiamento repentino del mercato e dei consumatori, ma sono da imputare al crollo del turismo e allo smartworking. I centri storici, completamente svuotati, stanno mettendo in crisi modelli di consumo consolidati.

Si tratta di una situazione generata dall’emergenza sanitaria, che ha coinvolto 300mila imprenditori e 1,2 milioni di lavoratori. Persone che non rischiano di dovere cambiare mestiere, ma semplicemente di perdere il posto di lavoro per una crisi non attribuibile a loro.

Il Paese, oltre che di fronte a un’emergenza sanitaria, si trova di fronte a un’emergenza economica. Le nuove forme di organizzazione del lavoro e di spesa quotidiana delle famiglie stanno incidendo sulla ripresa dei consumi.

Nel corso dell’epidemia gli acquisti online sono decollati e i lavoratori hanno scoperto i benefici dello smart working, al punto che oltre la metà – il 60,4% – preferirebbe continuare a lavorare da casa.

Come prevedibile, sono crollati i consumi (-6,4%) e la percentuale è destinata a salire al 12% se si escludono i beni alimentari e per la casa. Non solo, ma l’e-commerce è decollato visto che ci siamo trovati di fronte ad un vero e proprio boom degli acquisti sulle piattaforme online. In questo periodo infatti, ha fatto compere con un clic oltre il 25% degli italiani. Effetto-lockdown. Stare in casa ha determinato infatti una forte spinta verso gli acquisti in rete da parte degli italiani. Questo perché nei mesi passati se era possibile reperire i beni di prima necessità – sia pur con diverse limitazioni – l’accesso ad altre tipologie di beni invece era possibile solo attraverso l’utilizzo di Internet e la consegna a domicilio. Nel rapporto AGI-Censis emerge che il decollo dell’e-commerce è essenzialmente dovuto all’intensificarsi degli acquisti più che all’aumento degli utenti: il 25,9% degli italiani dichiara di aver aumentato l’uso della rete a questo scopo. E anche per il food delivery c’e’ stato un vero e proprio boom.

Più di due terzi degli italiani maggiorenni hanno praticato l’e-commerce (probabilmente anche attraverso la collaborazione con i familiari maggiormente esperti nell’uso della rete), poco più del 40% si è fatto consegnare la spesa a domicilio e circa un terzo ha utilizzato servizi di food delivery. Quest’ultima modalità, in effetti, risente di una variabile di offerta, essendo questo tipo di servizio localizzato esclusivamente nei comuni con una certa soglia dimensionale.

Il rapporto mira ad analizzare le difficoltà che l’Italia si porta dietro dal passato, i punti dolenti che hanno comportato l’impreparazione ad affrontare al meglio l’emergenza legata all’epidemia del Covid-19, per guardare in modo costruttivo al futuro. D’altra parte, come rileva l’indagine, il 61% degli italiani è convinto che tutto quello che è avvenuto ha dimostrato che si può vivere in modo diverso.

Il 60% degli italiani che hanno iniziato a lavorare in smartworking durante il lockdown vorrebbe continuare a farlo. La ragione prevalente è la possibilità di continuare ad evitare rischi di contagio (sui mezzi pubblici o in ufficio), ma non mancano coloro che rimarcano una più ampia possibilità di far fronte ad esigenze familiari (16,5%) o perché ritengono questo modo di lavorare più produttivo ed efficiente (11,3%).

Uno smart working, non più di emergenza, ma voluto e strutturato come potrà impattare sul sistema economico e sociale del Paese? Tutti riconoscono che le nuove modalità di lavoro rappresentano un cambio di paradigma che può dischiudere interessantissime opportunità per le città anche nel post-pandemia. Ma lo smart working non aiuta i consumi, anzi. Perché un lavoratore se opera da casa, di certo fa a meno del caffè, del panino o del pranzo al bar o ristorante. Per non parlare del fatto che è meno invogliato a fare acquisti di qualsiasi tipo.

È quindi un vero e proprio grido di allarme quello delle imprese che operano nel settore del commercio (all’ingrosso e al dettaglio) e che in Italia sono più di un milione. In questo momento per molte PMI c’è il rischio di chiusura definitiva.

L’Italia deve fare come la Germania, e stimolare i consumi attraverso un taglio temporaneo dell’Iva. Tra l’altro, fa presente il Censis, “le ingenti risorse riversate dallo Stato alle famiglie per sostenere i redditi rischiano di finire in parte in risparmio precauzionale senza tornare nei circuiti economici”.

Sostenere, come ha fatto la ministra grillina Laura Castelli, che un’attività per la legge della domanda e dell’offerta non abbia più mercato dovrebbe chiudere e magari inventarsi altro business è abbastanza infelice. Solo che non è la legge della domanda e dell’offerta ad avere tolto clientela ai ristoratori: sono i dpcm a firma Giuseppe Conte, e i decreti del governo, quindi in qualche modo è la Castelli stessa ad averlo fatto, non il mercato. Quando i dpcm, la chiusura delle frontiere, la paura del coronavirus saranno solo un brutto ricordo, i turisti torneranno ad affollare il centro di Roma, di Firenze, di Venezia e gran parte dell’Italia avendo lo stesso bisogno di mettere qualcosa sotto i denti che avevano fino al 2019. Quindi sarebbe follia riconvertire quei locali a fare altro: bisogna aiutarli a stare in piedi fino a quando tutto non tornerà alla normalità. Meglio fare marcia indietro, riconoscere di avere detto una sciocchezza e presentare le proprie scuse ai ristoratori assicurando invece il massimo sostegno pubblico per tenere in piedi quelle attività.

La risposta dei ristoratori alla Castelli è diretta: “Da quando è cominciata l’era dell’impresa 4.0 avete propinato alle aziende digitalizzazione, robotica, e-commerce, app tecnologiche, ecologia, monopattini, delivery e tanto altro, ma nulla di tutto questo rappresenta l’essenza dei principi fondamentali della ristorazione fatto di ospitalità, accoglienza e relazione. Ci volete vedere mangiare tutti davanti al Pc in smartworkig? Così siete liberi di ingabbiarci a casa e negli uffici e lasciare le città in balia del degrado e delle attività clandestine. Senza lavoratori, senza studenti, senza turisti migliaia di alberghi, musei e pubblici esercizi a breve abbasseranno le proprie serrande per non rialzarle più. La politica non è show ma ha la responsabilità di dire cose giuste, nel modo giusto e con le parole giuste. Gli chef ed i ristoratori, dopo gli artisti sono la categoria più creativa che ci sia”.

“Caro ministro Castelli – aggiungono- non abbiamo bisogno di aiuti per cambiare modo di fare le nostre attività. Non si risolve il problema invitando aziende non convertibili a convertirsi in altro. Non sforzatevi ad analizzare il mercato che cambia nella domanda ed offerta, lo sappiamo fare bene anche noi. In questo momento non abbiamo bisogno di sentirci dire nulla di tutto questo, abbiamo bisogno che turismo e mobilità torni a vivere nelle nostre vie. Abbiamo bisogno che portiate a termine le vostre promesse poi parleremo, se vorrete, della Ristorazione 4.0”.

Non servono altre parole.


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