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Il comparto vitivinicolo italiano si distingue da quello di altri paesi, proprio per la sua eccellenza, data dalla qualità unica del prodotto offerto.

I nostri produttori scelgono da sempre di puntare su una filiera che non comprometta la genuinità del vino ma, al contrario, la esalti.

Le aziende del nostro paese dedicano la propria anima allo sviluppo di vini di livello e si tratta di una scelta coraggiosa, poiché, certamente, più difficile da sostenere in un mercato sempre più globale.

Tutto questo comporta notevoli investimenti sia in termini economici e di ricerca scientifica, che in termini di tempo. Come ho avuto modo di evidenziare in una mia intervista al deputato eletto in Europa, Mario Caruso, “la politica ha il compito di aiutare e promuovere, in maniera concreta, quei produttori che decidono di sostenere un impegno di questo tipo, sia attraverso politiche fiscali adeguate sia impiegando in maniera corretta i finanziamenti europei destinati a questo comparto”.

Tale approccio funziona?

Grazie ai dati di “Eurostat” sembrerebbe di sì. Secondo tali statistiche, diffuse dell’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, durante i primi 5 mesi del 2018 le esportazioni aggregate del Belpaese, in valore hanno toccato i 2,9 miliardi di dollari, con una crescita del 18% sullo stesso periodo del 2017.

Al primo posto, come sempre, gli Usa, che valgono il 25% delle esportazioni enoiche italiane, con 744 milioni di dollari in valore, ed una crescita del 17%.

Tanto quanto la Germania, secondo importatore in valore, con una quota di 496 milioni di dollari, davanti al Regno Unito, che con un +6,9%, ha toccato i 332 milioni di dollari di vino italiano. Ma la buona notizia, stando ai numeri dell’Eurostat, è che le esportazioni tricolore crescono in tutti i primi 15 mercati per il vino, e quasi sempre a doppia cifra.

Dalla vicina Svizzera, che ha fruttato 194 milioni di dollari alle cantine del Belpaese, con un balzo del +28%, al lontano Canada, che si conferma quinto mercato per l’Italia del vino, a quota 150 milioni di dollari, con una crescita del 12%.

L’aumento più sostenuto, in termini percentuali, è quello della Svezia, che con il suo +33% ha importato vino per 94 milioni di dollari, davanti alla Francia, che pure, secondo Eurostat, ha fatto segnare un notevole +27%, a 85,5 milioni di dollari.

Gli affari, per i produttori tricolore, vanno bene anche in Belgio, che tra gennaio e maggio 2018 ha importato vino italiano per 62 milioni di dollari (+29,3% sullo stesso periodo del 2017), e crescono i valori anche nella gigantesca, complessa e promettente Cina, che con un +17%, ha toccato quota 60 milioni di dollari.

Bene infine anche in Austria (+13%, a 46 milioni di dollari), e Norvegia (+20%, a 45 milioni di dollari).

I produttori italiani sono vocati per natura all’internazionalizzazione, sia perché i paesi esteri dimostrano un apprezzamento crescente nei confronti del “made in Italy”, sia perché alcune nostre creazioni sono di fattura e livello talmente elevati da richiedere dei prezzi di mercato che solamente alcune economie emergenti possono permettersi.

Il risvolto di questo scenario, sicuramente positivo, è però rappresentato da un contesto mondiale competitivo e privo di tutele, in particolare per i piccoli imprenditori.

I produttori chiedono quindi di essere aiutati nell’affrontare un mercato sempre più globale, hanno bisogno di politiche di sostegno che spieghino loro come fare rete con altri imprenditori per diventare più forti e chiedono trasparenza da parte dell’amministrazione, con figure pubbliche e uffici che li guidino nel disbrigo delle tante pratiche burocratiche e che sappiano indicare come orientarsi per l’accesso ai fondi loro destinati.

Gli imprenditori non sanno mai a chi rivolgersi per avere indicazioni di questo tipo, non capiscono quale sia l’interlocutore giusto e questo, purtroppo, rallenta il loro lavoro. Una buona agenzia di consulenza, incrementando anche la comunicazione social e la ricerca sui prodotti, potrebbe fornire tali servizi, per ora carenti, che incrementerebbero e rafforzerebbero le capacità delle imprese italiane.

L’autore è Presidente dell’Istituto di Ricerca di Economia e Politica Internazionale (Irepi)


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