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Per i consumatori, che pagano 1 litro di latte fresco poco meno di 2 euro, le variazioni del prezzo pagato alla stalla sono pressoché indifferenti. Per gli allevatori, al contrario, rappresenta un grave problema. Lo spiegano a Confagricoltura, sottolineando che il prezzo del latte alla stalla è ai minimi dal 2016 e ne fanno le spese tutti i produttori europei.

Nel mondo però cresce il prezzo del burro e delle polveri di latte, elementi che – con il probabile calo delle quantità di latte prodotte con i primi caldi – fanno sperare in una ripresa delle quotazioni. Il vero problema è l’equilibrio domanda – offerta.

Nel mondo – come precisa il Clal – Centro studi sul latte – la domanda mondiale di materia grassa sostiene il prezzo del burro in Oceania, il principale player esportatore di burro. Considerato anche il declino stagionale della produzione di latte, si prevede che il prezzo aumenterà ulteriormente.
Il prezzo della SMP (polvere di latte scremato) evidenzia ancora il Clal, è in leggero aumento, supportato da una forte domanda. Buona parte della produzione è già impegnata, questo rende i volumi “spot” più costosi. Anche il prezzo della polvere di latte intero (WMP) è in lieve aumento. Nonostante queste condizioni, apparentemente favorevoli a livello mondiale, il prezzo del latte in Europa non è soddisfacente.

E in questo caso mal comune non è mezzo gaudio. Se in Italia le quotazioni del latte alla stalla sono ormai tornate ai minimi dal 2016, con prezzi che si attestano, secondo le rilevazioni medie di marzo, a 35,81 centesimi al litro, nel resto d’Europa la situazione non è migliore. Il prezzo medio nell’Unione Europea, riferito al mese di marzo, è di 33,94 centesimi al litro, con prezzi di 35,50 centesimi nei Paesi Bassi, 34,22 centesimi in Francia e 36,75 centesimi in Germania.

La situazione non è nuova ed è figlia di uno squilibrio tra domanda e offerta. La liberalizzazione dei mercati, con l’abolizione delle quote latte, ha determinato, in un primo tempo, un abbandono della produzione lattiera a causa dei prezzi non soddisfacenti. In seguito, con la riduzione delle mandrie, l’offerta si è ridotta e i prezzi sono tornati ad aumentare. Di qui un nuovo incremento della produzione che ha portato il mercato a una nuova situazione di squilibrio. Se la regolamentazione delle quote non era gradita agli allevatori, anche il libero mercato non sembra essere in grado di accontentare chi produce. Il sistema è ancora troppo polverizzato e per questo estremamente fragile.

La ricetta per uscire dalla crisi è semplice: ciò che è difficile è attuarla. Occorre pianificare la produzione, seguire l’evoluzione dei mercati e aggregare l’offerta, puntando su una maggior coesione del sistema produttivo e su una più efficace integrazione di filiera.

Sono discorsi che si ripetono da tempo, ma che faticano a trovare terreno fertile. Nel frattempo il mercato sconta una forte volatilità e a farne le spese sono abitualmente i produttori, anello debole della catena.
Una catena che si autocelebra a Cibus ma che ignora la provenienza della materia prima mentre esalta chi vive sotto i riflettori.


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