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Secondo quanto dichiarano i produttori di apparecchi elettrici ed elettronici, televisori, smartphone, frigoriferi e computer dovrebbero avere una durata stabilita. Tuttavia il continuo ricambio di modelli fa sì che questi prodotti vengano sostituiti dai consumatori in tempi più brevi.

Il risultato è che nel 2019 si è raggiunto il record di rifiuti elettronici prodotti arrivando a toccare le 53,6 milioni di tonnellate, vale a dire circa 7 chilogrammi per abitante; o, se preferite, l’equivalente di 350 navi.

Il destino di questi prodotti, come spiega il rapporto Global E-waste Monitor 2020 redatto dall’Onu in collaborazione con diverse università e la International Solid Waste Association, sono le discariche a cielo aperto di mezzo mondo. Per l’Italia il rapporto stima una produzione di poco più di un milione di tonnellate, superiore a quello della Spagna ma molto inferiore a Gran Bretagna (1,5) e Germania (1,6), con una produzione pro capite però tra i 15 e i 20 chilogrammi, tra le più alte.

E dire che da questi rifiuti si potrebbero ricavare una notevole quantità di metalli nobili che potrebbero essere reimpiegati nella fabbricazione di nuovi prodotti tecnologici.

La maggior parte dei paesi hanno regolamentazioni specifiche sui cosiddetti Raae (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche). Politiche che però evidentemente non funzionano a dovere, se è vero, come ci informa il rapporto Onu, che nel 2019 siano stati riciclati solo il 17,4% di questo tipo di rifiuti.

Persino l’Ue sta cercando di intervenire per limitare i cicli di vita brevi dei prodotti e garantire più opzioni per la riparazioni. Ma sappiamo quali tempi biblici abbiano gli uffici di Bruxelles.

L’Italia dal canto suo, stando al Centro Coordinamento Raae, può vantare per il 2019 una raccolta media pro capite di 5,68 chilogrammi, circa il 43% del totale. Un buon risultato.

«I Raee rappresentano una fonte di materie prime che potrebbe affrancare il Paese dalle importazioni provenienti da Cina, Africa e Sud America», spiega Danilo Fontana, ricercatore dell’Enea. Secondo le stime dell’Agenzia per l’innovazione infatti, dal trattamento di 1 tonnellata di schede elettroniche è possibile ricavare 129 kg di rame, 43 kg di stagno, 15 kg di piombo, 0,35 kg di argento e 0,24 kg di oro, per un valore complessivo di oltre 10 mila euro.

«Ma finora in Italia il settore si ferma al trattamento iniziale, quello meno remunerativo, lasciando ad operatori esteri il compito di recuperare la parte nobile del rifiuto». Un’opportunità che saremmo già pronti a sfruttare. I ricercatori di Enea hanno infatti messo a punto Romeo, il primo impianto pilota in Italia – a Roma – per il recupero di materiali preziosi da vecchi computer e cellulari.

Un processo che si sta cercando di trasferire all’industria e che ha una resa del 95% nell’estrazione di oro, argento, platino, palladio, rame, stagno e piombo. Il tutto con il minimo impatto ambientale dato che le emissioni gassose vengono trattate e trasformate in reagenti da impiegare nuovamente nel processo stesso.


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