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Una delle novità emerse a causa della crisi Covid-19 riguarda il cd. “lavoro agile” (o smart working), che il “dl Semplificazioni” in discussione sul tavolo del governo ripropone in maniera pervasiva nelle procedure della P.A., di cui oggi non si comprende ancora con esattezza l’efficacia e il reale ritorno in termini economici.

Tanto che si comincia a pensare che sia uno strumento utile a soddisfare gli interessi di pochi a discapito di quelli della collettività.

L’introduzione del “lavoro a distanza” nella Pubblica Amministrazione è già avvenuto con il decreto “Cura Italia” e il “dl Rilancio”. Con la nuova norma emergenziale si proroga la modalità opzionale dello smart working nella PA eventualmente anche oltre lo stato di emergenza, che ad ora si prevede terminerà il 31 luglio 2020, comunque non oltre il 31 dicembre 2020. Inoltre, il nuovo decreto stabilisce l’obbligo per la Pubblica Amministrazione di adeguare i sistemi informatici per favorire il lavoro agile dei dipendenti pubblici, anche attraverso “Misure di semplificazione dell’attività di coordinamento, indirizzo e sviluppo della strategia digitale in capo al Dipartimento della trasformazione digitale e all’Agid”.

Si ritiene peraltro necessaria anche la formazione dei dipendenti affinché la transizione tecnologica risulti più efficace, approntando un apposito Codice di condotta tecnologica, da istituirsi ed emanarsi dal Capo del Dipartimento della trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che detterà regole omogenee per tutti gli uffici della burocrazia nazionale. Regole che saranno necessarie nelle procedure di acquisto di servizi o hardware ICT, per lo sviluppo dei sistemi e per la progettazione e realizzazione dei servizi digitali ai cittadini, mediante progetti di trasformazione digitale delle amministrazioni obbligatoriamente fruibili tramite i sistemi SPID e CIE e su mobile tramite apps interattive.


Non è un passaggio di poco conto, tenuto conto l’atavico ritardo della P.A. italiana rispetto a qualsiasi processo di ammodernamento, e considerato anche l’accentramento delle competenze sulla Banca Dati unificata dal Commissario Straordinario dell’Agenda Digitale al PCM.
Fra le altre novità che si paventano col dl Semplificazioni: la definizione della Piattaforma Digitale Nazionale Dati unitaria; il maggior coinvolgimento nel Procedimento Amministrativo del cittadino, in termini di accessibilità da remoto e di possibilità di autocertificare; l’utilizzo di reti telematiche pubbliche e anche private; l’ampliamento del Sistema integrato di Gestione e Controllo (SIGC); la cancellazione dal Registro delle Imprese in digitale/remoto, da confermarsi davanti al Giudice del Registro.

Innovazioni e semplificazioni che però sembrano portare a nuove difficoltà operative e giuridiche per la macchina amministrativa, quindi per il beneficiario ultimo, ossia il cittadino.
Diversamente, le cose non sembrano andare meglio nella sfera privata dell’economia nazionale. Il “decreto Rilancio” aveva prorogato fino al 31 luglio il diritto dei dipendenti con figli minori fino a 14 anni di età di lavorare da remoto, dopodiché si tornerà alle disposizioni della legge sul lavoro agile: secondo l’Indagine Confsal-InContra però il 70% ha avuto difficoltà a separare i tempi lavoro/privato, per il 60% è mancato il riconoscimento in termini di straordinari.

Inoltre, dal 1° agosto si tornerà alla legislazione ordinaria, che prevede un accordo tra lavoratore e datore di lavoro per consentire l’applicazione dello smart working, che invece con i decreti per l’emergenza è stato adottato senza accordo, per motivi di sicurezza, su iniziativa delle aziende.

Peraltro da settimane si guarda all’esperienza del lavoro agile forzato con un atteggiamento molto critico, quasi di rigetto. Su tutti l’opinione polemica che ha tenuto banco per giorni del sindaco di Milano, che ha confidato nel ritorno alla normalità nel lavoro non solo per l’amministrazione comunale evidentemente…se il primo cittadino della principale città economica italiana esprime questi dubbi, nonostante sia un esponente della maggioranza di governo, le problematiche sono serie.

Le perplessità riguardano, ad esempio, il fatto che con lo smart working molti dipendenti si siano ritrovati a lavorare di più. Secondo una ricerca realizzata dal Centro Studi InContra su di un campione di 2000 lavoratori, e commissionata dal sindacato Confsal e dal fondo interprofessionale Fonarcom, il 70% dei responsabili degli uffici dichiara di aver avuto difficoltà a separare i tempi di lavoro con il tempo privato, mentre il 60% dei collaboratori (dipendenti senza responsabilità di coordinamento) dichiara di aver lavorato più che in ufficio, e che all’aumento delle ore lavorative non è corrisposto un commisurato riconoscimento degli straordinari. Inoltre il 35% degli intervistati ritiene che il lavoro da remoto non abbia la stessa efficacia che in presenza.

Peraltro, con l’avvio della “fase 2” la direttiva n. 3/2020 del 4 maggio 2020 emanata dal governo ha creato un effetto dirompente nello sviluppo del lavoro agile, almeno come strumento per contenere la diffusione del virus. Se infatti a fine 2019 in Italia solo il 3,6% degli occupati tra i 15 e i 64 anni lavorava abitualmente da casa, durante l’epidemia di COVID-19 i primi dati raccolti ci danno la possibilità di stimare una crescita vertiginosa di questa percentuale, fino a picchi compresi tra il 45% e il 50% dei lavoratori dipendenti in Italia.

Le ultime ricerche svolte in campo economico hanno mostrato i vantaggi del lavoro agile non solo come argine finalizzato a preservare il distanziamento sociale ma soprattutto da un punto di vista produttivo. Per altro verso, l’importanza del lavoro agile quale strumento utile per favorire il distanziamento sociale e dare così un’indicazione prospettica, emerge nella sfida che dovranno affrontare le amministrazioni e rappresentata dalla necessità di mettere a regime e rendere sistematiche le misure adottate nella fase emergenziale, al fine di rendere il lavoro agile lo strumento primario nell’ottica del potenziamento dell’efficacia e dell’efficienza dell’azione amministrativa.

In ogni caso, nelle aziende italiane e nella P.A. si sta diffondendo il fenomeno Smart Working anche grazie ad un quadro normativo di riferimento più completo: lo conferma l’Osservatorio del Politecnico di Milano secondo cui il 58% delle grandi imprese ha già introdotto iniziative concrete, in particolare nelle PMI italiane, ove i progetti strutturati sono passati dall’8% al 12% attuale e quelli informali dal 16% al 18%.

Tuttavia, c’è anche una percentuale di imprese disinteressate al tema in crescita, in modo preoccupante, passata dal 38% al 51%. Anche la P.A. nell’ultimo anno ha fatto grandi passi in avanti verso un modello di lavoro “da casa”: ad oggi il 16% degli uffici pubblici ha progetti strutturati di lavoro agile (nel 2018 era l’8% e nel 2017 il 5%), di cui l’1% ha attivato iniziative informali e un altro 8% prevede progetti dal prossimo anno.
Ma che cos’è lo Smart Working? In italiano il significato sarebbe “lavoro intelligente”, ma l’Osservatorio del PoliMi lo definisce «…una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati.».

Come sottolinea Emanuele Madini, Associate Partner di P4I-Partners4Innovation esperto in materia ed HR Transformation, «Lo Smart Working è un modello organizzativo che interviene nel rapporto tra individuo e azienda. Propone autonomia nelle modalità di lavoro a fronte del raggiungimento dei risultati e presuppone il ripensamento “intelligente” delle modalità con cui si svolgono le attività lavorative, anche all’interno degli spazi aziendali, rimuovendo vincoli e modelli ormai inadeguati legati a concetti di postazione fissa, open space e ufficio singolo che mal si sposano coi principi di personalizzazione, flessibilità e virtualità».

Un progetto di Smart Working è, quindi, un processo di cambiamento complesso che richiede di agire contemporaneamente su più leve e che deve partire da un’attenta considerazione degli obiettivi, delle priorità e delle peculiarità tecnologiche, culturali e manageriali dell’organizzazione. Inteso come un nuovo modo di lavorare che consente un miglior bilanciamento tra qualità della vita e produttività individuale, esso è quindi anche il risultato di un sapiente uso dell’innovazione digitale a supporto di approcci strategici che puntino sull’integrazione e sulla collaborazione tra le persone, in particolare, e tra le organizzazioni, in generale.

In tutto ciò, la tecnologia gioca un ruolo chiave perché quando si parla di Digital Transformation nei luoghi di lavoro si pensa anche all’applicazione di tecnologie avanzate per connettere persone, spazi, oggetti ai processi di business, con l’obiettivo di aumentare la produttività, innovare, coinvolgere persone e gruppi di lavoro.

Bisogna comunque tener presente che adottare il nuovo paradigma impone la revisione del modello di leadership e di organizzazione, rafforzando il concetto di collaborazione e favorendo la condivisione di spazi. Nell’ottica smart, il concetto di ufficio diventa ‘aperto’, il vero spazio lavorativo è quello che favorisce la creatività delle persone, genera relazioni che oltrepassano i confini aziendali, stimola nuove idee e quindi nuovo business.

Il lavoro agile (o smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante un accordo tra dipendente e datore di lavoro, una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività.

Non a caso, la definizione di smart working contenuta nella Legge n. 81/2017 pone l’accento sulla flessibilità organizzativa, sulla volontarietà delle parti che sottoscrivono l’accordo individuale e sull’utilizzo di strumentazioni che consentano di lavorare da remoto (come ad esempio: pc portatili, tablet e smartphone). Così, ai lavoratori agili viene garantita la parità di trattamento economico e normativo, rispetto ai loro colleghi che eseguono la prestazione con modalità ordinarie, ed è prevista la loro tutela in caso di infortuni e malattie professionali, secondo le modalità illustrate dall’INAIL nella Circolare n. 48/2017.

Infine, per l’adozione della modalità di lavoro smart è necessario un accordo scritto tra datore di lavoro e dipendente, che dovrà essere inviato telematicamente al Ministero del Lavoro, che ribadisca l’elemento della volontarietà tra le parti e stabilisca i suoi contenuti minimi di durata, preavviso, disciplina dell’esecuzione della prestazione, poteri di controllo e disciplinari da parte del datore di lavoro.
Considerando che l’introduzione di forme innovative di lavoro può determinare benefici in termini di riduzione delle emissioni di agenti inquinanti, di un aumento della produttività e della riduzione delle assenze per malattia, secondo un’analisi fatta nel 2015 dall’Università di Stanford, si stima per un’azienda di servizi un aumento della produttività del 13%.

In effetti, uno studio più recente basato sui dati raccolti in tre anni di osservazione e che ha coinvolto 250 persone operanti in 21 imprese, piccole medie e grandi, riporta i seguenti dati medi per dipendente: 2.400 chilometri percorsi in meno, sette giorni guadagnati e 270 chili di anidride carbonica non immessi nell’aria con un risparmio di circa 1300 euro a dipendente.

Tra i benefici del lavoro agile, inoltre, c’è anche il poter realizzare un migliore equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, poiché ci si può organizzare in modo autonomo in merito a tempo e spazio per lo svolgimento del lavoro, con una conseguente diminuzione dello stress da lavoro.

Ma questa situazione è assolutamente individuale. Non meno importante per garantire una buona riuscita dei risultati lavorativi, per di più, è l’organizzazione manageriale dell’azienda, che deve garantire ai dipendenti l’accesso “in cloud” ai documenti e l’utilizzo in sicurezza dei propri dispositivi tecnologici, anche quando tornano sul luogo di lavoro, con un approccio definito come BYOD (Bring you own device): è chiaro che il lavoro a distanza e agile può introdurre dei rischi quali: una ridotta capacità di trasferimento delle informazioni tra la forza lavoro, l’isolamento sociale del lavoratore e la difficoltà di separazione tra vita personale ed attività lavorativa. In sintesi, i vantaggi per le aziende sono rappresentati da costi minori, maggiore produttività e limitata attività sindacale in sede, fattori che alcuni invece ritengono essere la base della definitiva distruzione del lavoro e della vocazione industriale italiana, considerando lo Smart working niente più che un esperimento di disarticolazione sociale del lavoro, il colpo di coda della globalizzazione. Probabilmente sarà utile in alcuni settori o attività produttive, ma non in tutti. Non può essere una panacea generale.

Ma l’insistenza con cui il mainstream system ne parla e l’impegno di questo governo a voler cambiare l’agire della P.A., con soluzione tecnologiche e procedurali che al momento sono assai difficili da mettere in atto soprattutto al sud, senza contare gli enormi rischi per la sicurezza dei dati sensibili nazionali e dei cittadini, mette qualche dubbio. Non sarà che alla fine i soliti pochi noti ne avranno enormi vantaggi, in termini economici e di controllo sociale, a discapito dei diritti e del benessere collettivo? Lo scopriremo solo vivendo…


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