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C’è un nuovo dato a farci comprendere quanto sia difficile per le donne italiane la strada della conciliazione lavoro-maternità. In Italia, nel 2019, secondo i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro, 37 mila lavoratrici madri hanno lasciato volontariamente il posto di lavoro.

Sono il 73% le donne che hanno dato le dimissioni volontarie, il 60% era in attesa del primo figlio.

Dati che da soli riescono a definire, senza possibilità di fraintendimento, la difficoltà di conciliare il lavoro e la cura della famiglia. La fascia di età più coinvolta in questo processo è fra i 29 e i 44 anni. È triste vedere, nella società odierna, come una donna con figli non riceva alcun aiuto dallo Stato o dalla propria azienda, e debba essere così costretta a fare scelte ineluttabili. I fattori scatenanti di questa scelta riguarda donne che non hanno il supporto di nonni. Gli asili nido che coprano orari lunghi hanno un costo inavvicinabile e le graduatorie di asili nido pubblici sono troppo lunghe.

Purtroppo è innegabile che la stessa emergenza sanitaria in atto peggiorerà la situazione nel 2020. Lo scenario rischia di aggravarsi, mandando al macero le conquiste fatte faticosamente fino ad oggi dalle donne nel mondo del lavoro.

Una situazione resa ancora più drammatica dal lockdown, dove al lavoro quotidiano di cura dei figli, si è aggiunta la didattica a distanza. Save the Chlidren, in un rapporto dal titolo eloquente “Le Equilibriste: la maternità in Italia nel 2020”, segnala il divario delle donne che hanno un impiego in Italia rispetto alla media europea. Raffaella Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa Save the Children, sostiene che alla luce della crisi socio-economica legata al Covid-19, sia indispensabile mettere a disposizione strumenti a sostegno della genitorialita’, attraverso una rete di servizi per bambini da 0 a 6 anni.

Non usciremo mai da questo limbo, se non si investe in congedi parentali e di paternità, che aumentino la condivisione tra genitori.

I dati resi noti dall’Ispettorato del lavoro sulle donne madri del 2019 appaiono assurdi, ci pongono di fronte la triste riflessione che, rispetto a trent’anni fa, non sia cambiato nulla. Tutto questo spiega perché, in Italia, la parità di salari e carriere sia ancora lontana. Oggi la demografia è figlia dell’occupazione, spesso le donne in Italia vengono messe di fronte alla scelta di fare un figlio o poter lavorare. Accade spesso che le aziende emarginino le donne al ritorno di una maternità. I mesi del lockdown e dello Smart Working, hanno dimostrato quanto sia ancora poco paritaria la condivisione della vita domestica con gli uomini.

Tutto questo contribuisce a mantenere inalterato il processo di denatalità ormai in corso da anni in Italia. Nonostante la tematica sia in discussione da diverso tempo, non si riesce a rafforzare una rete di servizi per la prima infanzia. Già prima della pandemia, l’Italia non era riuscita a mettere in campo politiche pubbliche che fossero all’altezza delle sfide proposte alle esigenze educative delle nuove generazioni.

Ad oggi la ripartenza è stata organizzata senza considerare le molte variabili in gioco per definire un equilibrio tra casa e lavoro. Una sconfitta che racconta discriminazione di genere e un futuro di culle ancora più vuote. Dunque se il prezzo di un figlio per una donna sarà quello di rinunciare alla propria autonomia, bisognerebbe avvertire i politici, che il futuro demografico appare ancora più drammatico dell’attuale crescita zero.

Ci auguriamo che le donne in futuro non vengano più messe di fronte alla scelta di fare un figlio o lavorare.


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