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Per effetto del coronavirus sono 25 milioni le persone che potranno perdere il lavoro. In Europa più di un milione di persone ha visto ridursi il proprio reddito a causa della pandemia.

Secondo Coldiretti ci saranno un milione di poveri in più per effetto del coronavirus, sono piccoli commercianti e artigiani che hanno dovuto chiudere. Sono tante le persone impiegate nel sommerso che non possono godere di sussidi o aiuti pubblici, si aggiungono anche molti lavoratori precari o a tempo determinato o attività saltuari.

Le settimane di paralisi del sistema produttivo del paese cominciano a presentare il conto. Non è un mistero che la chiusura forzata di attività e servizi, a causa del coronavirus, avrà pesanti conseguenze sull’economia globale. A chiarirne la portata è l’Organizzazione Internazionale del lavoro dell’Onu, secondo cui si rischiano conseguenze di vario tipo per 1,6 miliardi di lavoratori. Quasi la metà della forza globale presto non avrà mezzi di sussistenza.

Sicuramente una pandemia che non discrimina in termini medici ma che discrimina in modo marcato in termini economici e sociali. La cifra include alcuni settori in evidente difficoltà quali retail, ristorazione, manifattura, arte e spettacolo. Nel post epidemia dovremo costruire un mondo del lavoro non basato sul precariato. L’adattamento a questa situazione genererà imprese nuove, competenze e tipi di business che prima non esistevano.

Occorre rassegnarsi all’ideache con questo virus dovremo conviverci. Dobbiamo abituarci a una fase di passaggio e a una di trasformazione che ci porterà nella dimensione del lungo termine. L’Universita’ di Harvard sostiene che questa crisi ce la porteremo fino a fine 2022, continueranno le misure di distanziamento sociale e, finché non ci saranno farmaci specifici o vaccini, non potrà esserci un allentamento delle restrizioni. Con questa ottica ci saranno categorie a rischio che manderanno con difficoltà avanti le loro attività lavorative. Se è vero che la digitalizzazione ha dato una mano all’ambiente e altrettanto vero che dovrà cambiare la mentalità comune. È chiaro che in questa situazione sopravvive chi si adatta e sa reinventarsi. Come le fabbriche di moda che hanno prodotto mascherine oppure le distillerie che si sono ritrovate a produrre disinfettanti.

La mobilitazione che ha visto bar, negozi e ristoranti di varie provincie aperti, ha voluto sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni su quanto sia importante ripartire, così come è stato concesso ad altri settori economici. Sono richieste misure di sostegno concreto come contributi a fondo perduto, moratoria fiscale, aiuti economici per affitti e bollette. Il lockdown ha completamente azzerato i ricavi e servono misure finanziarie importanti. Non si potranno più affrontare i costi pre coronavirus con incassi dimezzati dalle misure di prevenzione. Sicuramente usufruire di spazi pubblici gratuiti per potere distanziare i tavoli e mantenere gli stessi coperti precedenti, per le imprese di ristorazione, sarebbe già un enorme aiuto.

Imprese anche preoccupate perché gli ammortizzatori sociali in deroga, come sostegno per il contagio da Covid-19, devono essere prorogati almeno fino a fine anno. Il rischio è quello di non mantenere gli stessi livelli occupazionali, per una lenta ripresa delle attività soprattutto commerciali. È necessario che le famiglie dei lavoratori possano contare su una liquidità costante indispensabile per andare avanti.

Difendere il commercio dalla concorrenza dell’online e con incisive tutele del Made in Italy è indispensabile per evitare la chiusura delle attività. È la Confcommercio a lanciare l’allarme: il 20% delle piccole medie imprese non riaprirà, molte di loro oltre ad avere subito un calo del fatturato di circa il 70% non possono affrontare ulteriori spese per adeguare i loro locali alle misure di sicurezza. Il problema oltre ad essere la ripartenza è la mancanza di un afflusso di clientela che possa ammortizzare questi costi. Per Confcommercio il messaggio è chiaro, un’azienda senza entrate che fa nuovi debiti non è un’azienda che può stare sul mercato. Forse la vera svolta dovrebbe arrivare dal governo, fare arrivare finanziamenti a fondo perduto alle imprese e attivare la cassa integrazione in tempi celeri a chi ne ha diritto. Il fattore tempo per fornire alle aziende liquidità è fondamentale, bisogna scongiurare che alla pandemia del virus possa seguire la “pandemia all’usura”. Questo appare più importante al Sud, dove il rischio di fallimento delle PMI è quattro volte più alto che al Nord, con un accesso al credito più difficile.


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