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Anticipiamo l’editoriale del numero in uscita della rivista di geopolitica “Il Nodo di Gordio” dal titolo “Colonne d’Ercole. Voci dal Mediterraneo

Un nuovo paradigma della globalizzazione

Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: non stiamo assistendo al fallimento della globalizzazione. Né siamo alla fine di quel processo che ci ha accompagnato nel corso degli ultimi decenni.

Perché la globalizzazione è un fenomeno ormai acquisito. Un fenomeno che ha raggiunto il suo scopo finale: quello, per l’appunto, di rendere il mondo davvero globale. Globali sono infatti i commerci, le economie, i mercati finanziari che, grazie alla spinta del “turbo-capitalismo” sorto nei primi anni ’90, hanno accelerato la tendenza all’allargamento degli spazi di interscambio planetario, generando una nuova, esiziale, ideologia: l’ideologia mercatista.

Ma un catalizzatore non secondario è individuabile anche nella Tecnica. Il progressivo abbattimento delle frontiere scientifiche e tecnologiche, la gestione dei Big Data attraverso l’Intelligenza Artificiale e più in generale tutto il settore dell’Information Technology, nonché lo sviluppo esponenziale delle reti di telecomunicazione, hanno trasformato il concetto tradizionale di geografia a livello planetario, avvicinandola a quella che il politologo Parag Khanna ha definito “Connectography”.

Non è questo il contesto per tracciare bilanci sul suo stato di salute, né il momento per mettere sul piatto della bilancia virtù e pecche ma è possibile, invece, osservare il nuovo paradigma della globalizzazione a cui stiamo andando incontro.

Le politiche protezioniste adottate dagli Stati Uniti nei confronti della Cina e dell’Europa e fortemente sostenute dal presidente Trump, rappresentano solo un esempio del più vasto movimento che sta sconquassando culturalmente ed economicamente il mondo.

Concentrati ed a tratti storditi dalla bulimia informativa legata al Coronavirus, stanno sfuggendo a molti i rivolgimenti epocali che finiranno per ridisegnare le mappe geopolitiche ed i rapporti internazionali su scala globale.

Il progressivo allargamento degli spazi di cui abbiamo parlato, infatti, sta provocando come effetto una spinta uguale e contraria dalla periferia verso il centro. Una sorta di forza centripeta che riporta le relazioni commerciali e politiche ad una dimensione più locale. Una tendenza che induce a ripensare le dinamiche dei rapporti con i Paesi geograficamente più prossimi, ad avvicinare nuovamente realtà che per decenni hanno evitato di colloquiare perché maggiormente interessate a stringere affari ed intessere amicizie politiche all’altro capo del mondo, perdendo di vista gli interessi strategici tradizionali.

Una conferma di questo indirizzo in controtendenza ci viene dall’analisi dei dati relativi alle aziende europee (dove l’Italia si colloca al secondo posto subito dopo la Gran Bretagna) che hanno effettuato negli ultimi anni il cosiddetto processo di “reshoring”, cioè di rilocalizzazione. Si tratta di imprese che nel corso dei decenni precedenti avevano delocalizzato, in parte o in toto, la loro produzione prima nei Paesi dell’Europa orientale e successivamente in Stati asiatici alla ricerca di manodopera a basso costo. Col tempo però, l’aumento dei salari in quegli stessi Paesi e l’avvento della digitalizzazione hanno reso la delocalizzazione non solo meno conveniente da un punto di vista economico ma anche più rischiosa per la vulnerabilità connessa alla lunghezza delle filiere produttive. Tanto la chiusura delle frontiere che ha bloccato il trasporto delle merci, quanto la sospensione delle attività produttive dovuti all’emergenza del Covid-19 sono stati un catalizzatore di questa tendenza, avendo dimostrato la pericolosità di affidare la fabbricazione ad un Paese molto distante geograficamente. Nascono così sia il “reshoring” sia il “nearshoring”, e cioè la delocalizzazione in Stati vicini o nel raggio di qualche centinaio di chilometri dalla Casa madre. Un fenomeno che ha registrato il rientro in Italia di società operanti in diversi settori come Prada, Zegna, Geox, Benetton per l’abbigliamento, piuttosto che aziende di produzione di tonno come la Asdomar o di elettrodomestici come la Candy.

Una vera e propria rivoluzione ma sempre all’interno di un mondo che è e rimarrà globalizzato. Con i suoi pregi e i suoi difetti. Con parziali miglioramenti del tenore e della qualità di vita di alcune popolazioni ma, di converso, con l’aumento delle disuguaglianze sociali e con i nefasti effetti del cambiamento climatico.

Con il precedente numero del “Nodo di Gordio”, si è dato spazio ai rapporti economici e geopolitici dell’Italia lungo tutto l’arco alpino, con l’Europa centrale e con l’area balcanica, partendo da proposte concrete per le future Olimpiadi invernali del 2026. Con il numero “Colonne d’Ercole” intendiamo, invece, proseguire l’approfondimento delle relazioni con i dirimpettai della sponda meridionale dell’Europa, cercando di individuare i percorsi per ritrovare quel ruolo di guida a cui l’Italia ha per troppo tempo abdicato. A partire dalla centralità strategica per gli interessi nazionali italiani rappresentata dal nostro, meraviglioso, Mediterraneo.


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