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Immaginate di essere a cena fuori con un gruppo di amici. Ordinano tutti una margherita, tranne uno: questi chiede antipasto, primo, secondo di carne, secondo di pesce e infine anche dolce e amaro. Poi chiede di pagare alla romana. Ecco, questa è l’Italia con l’Unione Europea.

L’algoritmo di Facebook ha tanti pregi, ma ancora non è perfetto. Lo dico perché, a meno che non fosse uno scherzo dovuto al primo aprile, avrebbe dovuto immaginare il mio fastidio leggendo una frase del genere. E so che qualche lettore, leggendo il paragone di cui sopra, si sia ritrovato a concordare: non si preoccupi, posso redimerla.

Iniziamo con lo specificare l’autore – o perlomeno il condividente – del post: un liberale. I liberali – intendo quelli convinti, quelli da american dream – sono la peggiore razza del pianeta. Uno dei pochi casi in cui è concesso parlare di “razza” per suddividere gli umani. Un lib medio passa la sua giornata a leggere articoli o spiegazioni di vario genere in ambito economico, senza capirne nulla. Riceve un sacco di nozioni, che elabora in luoghi comuni. Ed è paradossale, perché, con la quantità di informazioni che si fanno piovere addosso, potrebbero andare a insegnare a Joseph Stiglitz. Se poi gli insegnassero anche a scrivere, magari riuscirei a finire un suo libro.

Ad ogni modo, descritto il peccatore, buttiamoci sul peccato. Premessa necessaria: non parlerò di tecnicismi economici, sebbene possano risultare decisivi per una migliore comprensione del fenomeno. Non ho particolari competenze in merito, né ritengo che sia il succo della faccenda. Il vero problema, qui, è di stampo politico. Con una spruzzata di storico.

È vero che l’Italia chiede tanto all’Europa. Com’è vero che lo fanno anche gli altri Paesi mediterranei. E l’ha fatto la Francia, che due anni fa ottenne di portare il deficit sopra al 3%, mentre l’Italia non riusciva a ottenere il 2,4%.

Il lettore esperto obietterà che la Francia andava nella direzione degli accordi, mentre l’Italia remava in senso opposto. Vero, in parte. C’è da dire che alla Francia le concessioni venivano fatte perché si trovava in un momento di difficoltà. L’Italia, però, quell’anno aveva dovuto far fronte al crollo del ponte Morandi, che aveva evidenziato la necessità di intervenire per risolvere l’annosa questione del dissesto idrogeologico del nostro territorio. Una necessità valida, direi. A meno che l’Unione Europea non voglia vedere i nostri cittadini morire, magari raffigurandoli poi come “séisme à l’italienne”.

I Paesi mediterranei hanno bisogno di più intervento statale nell’economia. E quindi di fare più deficit, e quindi di maggiore libertà da parte dell’Unione Europea. Questo è per ragioni storiche, per ragioni attuali, per ragioni culturali. Dire che è solo l’Italia a chiedere tanto è sbagliato. Ma non ci stupiscono gli errori in malafede dei lib di cui sopra.

Italia, Spagna, Grecia, sono tutti Paesi che hanno perso la fase della colonizzazione, rimanendo quindi privi di un bacino di risorse da cui attingere e di un mercato su cui avere un’esportazione pressoché monopolistica. Italia e Grecia hanno vissuto la distruttività della Seconda Guerra Mondiale, che ha lasciato un territorio devastato. La Spagna, dopo la Guerra Civil, non esisteva più, neanche a livello sociale. Bisogna riconoscere anche i danni subìti dalla Germania, che però, dopo la guerra, dato il momento di difficoltà, non ha certo avuto restrizioni di bilancio. L’Accordo sul debito di Londra è stato una delle principali cause della rinascita tedesca, ora locomotiva d’Europa.

Il problema è che la Germania, vistasi rinata, è tornata vittima del terrore dell’inflazione. Questo demone perseguita i tedeschi dagli anni ’20. Comprensibile, dal punto di vista psicologico, visto cos’era successo al marco. Tuttavia, voglio sperare che a dirigere gli organi finanziari non ci siano dei bambini con gli incubi, ma persone con valide competenze tecniche, che comprendano le esigenze e le diverse condizioni dei Paesi europei.

La metafora citata all’inizio, a un primo impatto, sembra valida. Poi, però, a meno di ipocrisie, ci si rende conto che non sono tutti sullo stesso piano di partenza. Hanno deciso di pagare alla romana, però Irlanda, Inghilterra e Olanda stanno pagando con i soldi degli altri. Pagano, ad esempio, con i soldi di FCA, che ha spostato là la sua sede fiscale data la ridicola tassazione imposta. O magari con i soldi di Amazon, che vende in tutti i Paesi europei ma paga le tasse solo all’Irlanda, per cifre ridicole. E sono solo due esempi, ma ci sarebbero altri mille casi citabili. Mettiamola così: prima della cena i Paesi del Sud sono andati a ritirare a un bancomat, pensando di mangiare tanto per nutrire i loro cittadini. Con una rapida mossa, i Paesi sopracitati hanno sfilato qualche banconota tra quelle consegnate dalla macchinetta. In queste condizioni si può parlare di “pagamento alla romana”? Direi di no.

Le istituzioni economiche europee si sono mostrate estremamente propense ad aiutare prima il mondo della finanza, poi i cittadini. Ottenendo uno smisurato aumento della forbice sociale. Perché l’austerity porta vantaggio agli investitori, ma viene pagata dalla popolazione. Sempre un pagare alla romana, eh?


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