fbpx


In Economia (J.P. Fitoussi, La Neolingua dell’Economia, Einaudi) secondo l’economista Jean Paul Fitoussi siamo tutti, ma soprattutto coloro che prendono le decisioni, vittime di una neolingua figlia del pensiero unico che impedisce, a pena del pubblico ludibrio, di intraprendere o anche solo di proporre le azioni necessarie in Europa per uscire da un decennio di crisi caratterizzato da: recessione, fallimento dei mercati finanziari, disoccupazione, inefficacia della politica monetaria, fallimento di imprese e banche.

Strumento della neolingua è la logica duale che prevede schemi dicotomici e nessuna elaborazione: “sì o no al Fiscal Compact, sì o no alla globalizzazione, sì o no all’Europa così com’è”. Causa della recessione e del suo aggravamento l’assurdità della costruzione europea e una dottrina inconsistente adottata in modo acritico, che hanno imposto vincoli illogici e controproducenti.

Effetti principali della crisi sono la concentrazione della ricchezza, resa possibile dai paradisi fiscali, e la perdita di speranza nel futuro per la maggior parte delle persone.

Il saggio, scritto in forma di intervista con la giornalista Francesca Pierantozzi, che cura l’opera, ha un po’ il difetto dei talk show: si argomenta, si divaga, si alzano i toni, le riflessioni si alternano ad affermazioni “forti”, e alla fine il lettore ha l’impressione di aver capito meno dell’inizio.

Elementi di riflessione ce ne sono molti, ma disseminati in modo piuttosto disordinato e spesso proposti in termini contraddittori: Gli stati sono comunque ben armati per contrastare le multinazionali … Le multinazionali non governano il mondo: influenzano i governi per cercare di aumentare i loro profitti [solo per aumentare i profitti?], ma non riescono a dettarne le politiche a meno che i governi siano corrotti [corsivo nostro]”. Già, ma i governi sono corrotti, e quindi che si fa, Monsieur Fitoussi?

E ancora: “Non c’è e non c’è mai stato un complotto” afferma l’Autore con sicurezza a pagina 40. Ribadisce a pagina 138: “La globalizzazione è stata una scelta? – No, non dico che un giorno i governi si sono svegliati con l’idea di scegliere la globalizzazione”. Salvo contraddirsi poco dopo: “la mondializzazione [è] una scelta dottrinale, prima di un fatto concreto”. E più chiaramente ancora scrive: “L’Europa è stata fatta sul modello della globalizzazione, sotto la pressione degli inglesi” (L’incontro sul Britannia del 1992 suggerisce nulla?).

Gli interessi, e non solo economici, dei decisori occulti precedono di gran lunga la nascita della dottrina che ha generato questa globalizzazione (che un tempo si chiamava mondialismo), causa di una devastante concentrazione di ricchezza e di una crisi che ha reso infelici le popolazioni.
Ha le idee chiare, Fitoussi, in merito a questo aspetto fondamentale, e ne parla a pagina 4, ma una sola volta e, quasi, en passant: “Il procedimento è questo: inventiamo un linguaggio basato su una teoria immaginaria per piegare la realtà ai nostri bisogni”.

E aggiunge: “sono regole che hanno un’origine comune raramente ammessa: la volontà di ridurre il peso della politica”. I bisogni sono quelli dell’élite dominante (all’epoca dell’elaborazione soprattutto inglese, poi americana) e la volontà di esautorare “il peso della politica” (cioè dello stato) appartiene alla stessa élite, interessata a manovrare, da dietro le quinte, le leve dell’economia (e non solo quelle).

Che poi la stessa dottrina sia stata abbracciata con entusiasmo, per idiozia o convenienze particulari, da politici, economisti e giornalisti mainstream, è rilevante, ma lo è assai meno della sua origine. Tuttavia Fitoussi si dilunga molto sulla dottrina e sui suoi esiti, e dedica pochissimo spazio alla sua origine, pur identificandone correttamente gli elementi costitutivi.

L’Autore cade nel dualismo, che altrove dice di aborrire, quando identifica un Bene Assoluto, “essere di sinistra”, e un Male Assoluto, l’estremismo (di destra, ça va sans dire).Quando gli estremisti saranno al potere, allora ci accorgeremo di quello che succederà, visto che i loro programmi non aiuteranno in nessun modo i popoli” afferma con sicurezza Fitoussi, tanto da non sentirsi in obbligo di argomentare ulteriormente.

E solo a pagina 147 (su 174) arriva a prospettare la stampa di moneta: comincia piano, quasi pudicamente, parlando di “finanziamento monetario della spesa pubblica”, per arrivare a “un piano ambizioso d’investimento” finanziato con “creazione di moneta”. L’espressione “Il principe può battere moneta” (pagina 147) è ciò che, letteralmente, si definisce signoraggio. Da decenni i teorici del Male Assoluto, malvagi – d’accordo – ma lucidi e brillanti, parlano di signoraggio e denunciano le manovre fraudolente dell’élite mondialista, ma il Nostro non usa mai questo termine esplicitamente, forse per non spaventare il lettore o forse per non evocare gli spettri del Male Assoluto che albergano dentro il suo animo candido.

Prolisso, ripetitivo, superato dall’Ecological Economics che, da molto tempo, dispone di concetti e strumenti più articolati di quelli proposti dal Nostro, oltre che di altri più avanzati, Fitoussi non richiama nozioni che pure dovrebbero appartenere al bagaglio di ogni economista (Teorema dell’impossibilità di Arrow, Teorema di Sonnenschein); non è un rivoluzionario (“Chi parla di rivoluzione?”), lo dice a più riprese (del resto, ce n’eravamo accorti) e si sforza di dare interpretazioni che ricadano nella sfera economica ed evitino scomode tesi di disegni occulti.

Tuttavia si può fare di più, Monsieur Fitoussi, anche senza essere eroi.


Reader's opinions

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *



Maina

ElecTO Radio

Current track
TITLE
ARTIST