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Una fusione alla pari.

Così gli analisti di servizio hanno definito il tentativo di accordo tra Fca e Psa, in pratica tra Fiat e Peugeot per chi è rimasto alle vecchie sigle. Peccato che l’intesa “alla pari” preveda che l’amministratore delegato dell’eventuale nuovo mega gruppo automobilistico sia Carlos Tavares, cioè l’uomo che guida attualmente Psa. Mentre a John Elkann andrebbe la presidenza.

Chiunque si occupi, anche marginalmente, di questioni economiche sa benissimo che chi comanda realmente è l’amministratore delegato mentre la carica di presidente è poco più che onorifica. Dunque la sbandierata parità tra Psa e Fca è puramente contabile. Nella pratica saranno i francesi a determinare le strategie del colosso che si collocherà al terzo posto nel mondo dietro Volkswagen e Toyota.

Con tutto ciò che comporta in termini di stabilimenti ed occupazione. D’altronde per Fca non ci sono alternative: il gruppo ex italiano ed ora statunitense/olandese/inglese è in caduta libera, privo di strategie e di prospettive. Clamorosamente perdente sullo scenario europeo, come dimostrano ogni mese i dati delle vendite. Fca, che un tempo (quando era Fiat) era quasi alla pari con Volkswagen sui mercati dell’intero vecchio Continente, il mese scorso era precipitata al nono posto, dietro non solo ai tedeschi ma anche a Psa, a Renault, Hyundai, Bmw, Daimler, Ford e Toyota. Ma anche i dati complessivi dell’intero anno collocano Fca tra il settimo e l’ottavo posto.

Sono i frutti avvelenati delle strategie di Sergio Marchionne, sempre attento ai bilanci ma non alla produzione. L’uomo che viene indicato come modello dai corsi di formazione organizzati in Piemonte dal partito della Sorella della Garbatella. L’uomo che aveva sentenziato che l’elettrico non aveva futuro. Ed ora Fca si ritrova a pietire accordi con chi è molto più avanti proprio sul fronte dell’auto elettrica. Che sarà anche poco competitiva e pure più inquinante, che dovrà scontare i clamorosi ritardi nella rete di rifornimento, ma che è stata scelta ormai da tutti i costruttori. Dunque Fca non può condizionare il mercato mondiale e neppure quello italiano, al contrario di quanto poteva fare Agnelli con l’informazione di servizio.

L’ambientalismo, l’ecologismo hanno imposto nuove direzioni e Fca paga i ritardi imbarazzanti. Quegli stessi ritardi che hanno spinto Nissan a bloccare l’accordo tra Fca e Renault (di cui Nissan è azionista). E che ora permettono a Psa, molto più avanti sull’elettrico, di imporre il proprio amministratore delegato.

Con notevoli rischi per le fabbriche italiane. Perché Psa è quasi inesistente sul mercato nordamericano dove potrà utilizzare la presenza di Fca attraverso Chrysler e gli altri marchi statunitensi del gruppo; ma è forte in Europa con modelli sovrapponibili a quelli di Fca. Pochi rischi per i marchi Alfa Romeo e Maserati, moltissimi per Fiat e Lancia.


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