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Andrea Tronzano, se sarà lui ad essere scelto come assessore regionale alle Attività produttive del Piemonte, avrà un compito decisamente arduo: rilanciare la produttività di una regione che – come ha certificato la Banca d’Italia – ha livelli nettamente inferiori rispetto a quelli dell’insieme del Nord Ovest. Che poi, in pratica, significa Lombardia.

Roberto Cullino, capo della Divisione analisi e ricerca economica territoriale della sede di Torino, precisa che la produttività piemontese è perdente rispetto al Nord Ovest in tutte le classi dimensionali delle aziende. Varie le spiegazioni per questa difficoltà. Cullino cita i ritardi nell’adattarsi ai nuovi modelli competitivi internazionali, o il deficit di capitale umano di alto livello. Non è solo una conseguenza della denatalità, ma anche della continua fuga di cervelli. Verso i soliti Paesi stranieri che hanno il vizio di pagare di più e di offrire migliori opportunità di carriera; ma anche verso la Lombardia e Milano dove le retribuzioni sono più alte rispetto a quelle subalpine.

Proprio questo è un fronte su cui Tronzano avrà le maggiori difficoltà poiché convincere gli imprenditori piemontesi ad avere il braccino meno corto, ad investire sia in macchinari sia in capitale umano, appare un’impresa davvero disperata. Ed il consociativismo che ha caratterizzato i rapporti tra associazioni industriali e mondo della politica (prima Forza Botulino e poi Pd) non induce ad un grande ottimismo.

I risultati si vedono. Cullino sottolinea che l’inizio dell’anno è stato caratterizzato da una stagnazione che si è progressivamente trasformata in un rallentamento degli ordini complessivi e di una sensibile riduzione delle esportazioni. Persino le imprese “ad alta crescita”, quelle maggiormente dinamiche, hanno un’incidenza sull’economia più bassa rispetto al Nord Ovest e persino rispetto alla media nazionale.

Ovviamente le imprese subalpine non hanno reagito aumentando gli investimenti per rilanciarsi, ma riducendoli per risparmiare. La consueta risposta sbagliata. Già anni fa la Centrale dei bilanci aveva ironizzato sulla propensione degli imprenditori piemontesi a morire sani, con i bilanci a posto ma con le aziende chiuse.


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