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No, non ho mai lavorato. Neanche mia moglie. E mio padre? Mai avuto un lavoro.

Una bella famiglia di disoccupati per tradizione. È interessante ascoltare le storie di chi si reca agli sportelli per presentare la domanda per il reddito di cittadinanza. Guardi il richiedente e, al di là del non entusiasmante utilizzo della lingua italiana (ma è bianco, italianissimo, solo poco istruito), ti chiedi perché non abbia mai lavorato.

Decisamente giovane, robusto, nessun handicap fisico o mentale. Ed anche il padre che lo accompagna è in perfetta forma, assolutamente in grado di svolgere mansioni anche faticose. Ma il figlio assicura che è inutile far domande al genitore: non parla italiano, solo dialetto.

Questa è sicuramente un’Italia minoritaria, ma esiste. Ed il reddito di cittadinanza, per quanto modesto, è destinato proprio a queste persone che mai riusciranno a far parte dell’Italia della conoscenza. Certo non il padre, ma anche il figlio che impiega mezz’ora per spiegarsi come potrà essere riciclato? Quali corsi di formazione è in grado di affrontare?

Se poi si aggiunge una evidente scarsa propensione al lavoro, nel mondo in cui le mansioni di minor livello possono già essere affidate ai robot ma anche quelle di livello elevato saranno presto di competenza delle macchine, quali ruoli sono a disposizione di gente che non ha competenze e che non è in grado di raggiungerle?

Non basta una scuola, che penalizza i più bravi e li obbliga a marciare al passo degli asini, per trasformare in un genio anche chi ha un quoziente intellettivo particolarmente basso. Senza dimenticare che questa è la società dei diritti (e forse dei dritti) e non dei doveri. Se nella scuola del libro Cuore lo studente meno dotato era quello che si impegnava di più per rimediare ai propri limiti, nella scuola odierna il meno dotato studia meno degli altri perché ha più diritti. Il primo trovava il suo spazio nella società, il secondo trova un reddito di cittadinanza.


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