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Che sfortuna per Brunetta, Bernini, Boccia e Martina. Avevano appena finito di illustrare il baratro in cui l’Italia era precipitata, senza possibilità di salvezza, che subito sono arrivati i dati dell’Istat a smentire i catastrofisti berlusconiani e quelli di Zingaretti (quasi un partito unico, ormai).

Dopo la crescita dell’1,9% di gennaio l’indice Istat della produzione industriale ha fatto registrare in febbraio un incremento dello 0,8%. Queste crescite – secondo Gian Primo Quagliano, presidente del Centro Studi Promotorpur inserendosi in un contesto di dati statistici prevalentemente negativi, rendono meno probabile che il dato sul Pil del primo trimestre 2019, che verrà diffuso il 30 aprile, faccia registrare la terza contrazione congiunturale consecutiva che sancirebbe il passaggio dalla recessione tecnica alla recessione conclamata. Se infatti il Pil nel primo trimestre 2019 non accusasse un calo sul trimestre precedente lo scenario che si prospetterebbe non sarebbe più di recessione conclamata, ma semplicemente di stagnazione”.

Un commento tecnico, quello di Quagliano, senza sbrodolare i luoghi comuni alla Tajani e senza l’euforia immotivata del governo giallo verde.

A trainare la crescita sono stati i beni di consumo (+4,7% su base annua, +3,2% sul mese) e, in misura inferiore, i beni strumentali (+1,5% su anno, +1,1% sul mese). I beni intermedi calano dell’1,1% rispetto al 2018 (su mese +0,2%) mentre diminuisce ancora di più il comparto dell’energia (-4,1% su anno, -2,4% da gennaio).

I settori di attività economica che registrano le variazioni tendenziali positive più rilevanti sono le industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (+11,7%), la produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+5,3%) e la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+4,4%). Le flessioni più consistenti si registrano nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-13,9%), nell’industria del legno, della carta e stampa (-5,4%) e nella fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (-2,8%). Male, molto male, la produzione di autovetture.

Da un lato, dunque, aumenta la produzione di beni di consumo a dimostrazione che non si crede al crollo della fiducia dei consumatori proclamato di continuo dai Brunetta di turno. Ma ancor più incoraggianti sono i segnali di crescita, seppur modesta, dei beni strumentali. Perché significa che le imprese sane e coraggiose non rinunciano ad investire per crescere, contrariamente a quanto sostiene la Banda Boccia.

Quanto alla produzione di auto, il problema di Fca è evidente. Mancano nuovi modelli in grado di trascinare il mercato. L’elettrico è troppo caro in rapporto alle retribuzioni medie italiane, la guerra del politicamente corretto contro il piacere della guida ha cambiato radicalmente l’approccio all’acquisto. I costi per assicurazioni, bolli, rifornimenti, manutenzione non invogliano i consumatori, massacrati da controlli ossessivi.

Inevitabile, infine, la flessione nel settore energetico anche in relazione ad un inverno mite oltre che alla ridotta crescita produttiva.



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