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Non sempre i numeri sono sufficienti a chiarire dubbi ed a smentire le false notizie pubblicate da quelli che si autodefiniscono “giornali di qualità” e che sono invece fulgidi esempi di faziosità. Però, spesso, i numeri servono per illustrare la realtà, anche quando non è incoraggiante.

Come nel caso di una elaborazione del Centro studi Promotor su dati Istat e della Banca d’Italia.

La crisi economica iniziata nel 2008 – spiegano al Centro studi bolognese – è per l’Italia la più lunga tra tutte quelle che si sono succedute nel nostro Paese dall’Unità ad oggi. Emerge infatti che, se si considera il periodo che comprende il primo anno di calo del Pil e l’anno del ritorno al livello ante-crisi, la crisi seguita alla terza guerra di indipendenza (1866) durò otto anni, quella coincisa con la prima guerra mondiale durò dieci anni, quella del 1929 durò sei anni e quella della seconda guerra mondiale durò dieci anni. La crisi che interessa oggi il nostro Paese è invece già durata undici anni e il Pil del 2018 è ancora al di sotto del livello ante-crisi (2007) di oltre il 4%.

Come il grafico mostra chiaramente – prosegue il Csp – dopo ogni grande crisi si è avuto un periodo di ripresa piuttosto sostenuto soprattutto nel secondo dopoguerra. Secondo Gian Primo Quagliano, presidente del Centro Studi Promotor, la lunghezza della crisi attuale e la nuova entrata in recessione del sistema economico italiano con i due cali consecutivi del Pil che si sono avuti nel terzo e nel quarto trimestre del 2018 getta un’ombra sinistra sul futuro dell’economia italiana. Pare oggi infatti molto difficile prevedere quando si tornerà ai livelli ante-crisi e non si può escludere l’ipotesi che l’economia italiana sia entrata in una fase di stagnazione di lungo periodo né si può escludere l’ipotesi, ancora peggiore, che la tendenza secolare alla crescita che ha caretterizato l’economia italiana dal 1861 al 2007 si sia invertita.

Ovviamente non si tratta di un problema legato al “Destino cinico e baro”, ma delle conseguenze di aver in Italia una classe dirigente, privata prima ancora che politica, assolutamente non all’altezza delle sfide. Non solo da adesso. Ma in passato il livello della politica permetteva di sopperire alle carenze della società civile. Non tanto all’indomani dell’Unità italiana, quando i politici erano parte del ceto dominante. Ed anche prima: Cavour era un politico ma anche un imprenditore.

Successivamente, nonostante episodi di grave malaffare (basti ricordare lo scandalo della Banca romana ed il “ministro della malavita”), la politica riuscì comunque a sostenere un ceto imprenditoriale timoroso e taccagno. E la crisi mondiale del 1929 fu superata solo grazie ad un coraggioso e lungimirante intervento dello Stato per sostituirsi ai soliti predatori incapaci. Quanto al boom del dopoguerra, fu gestito da chi aveva avuto una preparazione seria e rigorosa.

Oggi tutto è più complicato. Scarsa preparazione e coraggio inesistente. Ed allora la conclusione di Quagliano, intrisa di pessimismo, rischia di essere non una ipotesi di studio ma una tragica profezia.


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