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Ormai da svariati anni i sacchetti di plastica sono risultati il quarto rifiuto più abbondante nel Mediterraneo dopo sigarette, mozziconi e bottiglie. La plastica rappresenta il principale rifiuto nei mari e costituisce in media il 93% dell’immondizia trovata nelle acque.

Le ingenti quantità di plastica in mare causano danni enormi alla fauna marina, a pagarne le conseguenze sono soprattutto le tartarughe e i mammiferi marini che scambiano le parti dei sacchetti di plastica per meduse.

I cetacei e i mammiferi marini vengono attratti da questi materiali di colore acceso e in seguito alla loro ingestione muoiono a causa del blocco del tratto digestivo e il conseguente soffocamento. Sconvolgente è il recente ritrovamento di una balena trovata morta al largo della costa meridionale della Thailandia dopo avere ingoiato 80 buste di plastica del peso totale di 8 chilogrammi.

Una ricerca di Greenpeace rivela che nel Mediterraneo i livelli di microplastiche sono paragonabili ai vortici di plastica nel Pacifico. La ricerca condotta dall’Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova (ISMAR) e dall’università Politecnica delle Marche (UNIVPM) mette in evidenza i risultati dei campionamenti nelle nostre acque durante il tour “Meno plastica più Mediterraneo” della nave ammiraglia di Greenpeace, la Rainbow Mirror.

I campionamenti effettuati hanno permesso di stabilire la quantità e la composizione delle microplastiche sulla superficie delle acque marine. Sono stati identificati 14 tipi di polimeri, ma la quantità maggiore delle materie plastiche ritrovate nei nostri mari è composta di polietilene che è un polimero presente nei packaging e negli imballaggi usa e getta.

Secondo Greenpeace per limitare i danni bisogna intervenire alla fonte, ovvero alla produzione, il riciclo non rappresenta la soluzione perché dovrebbero essere le aziende responsabili a farsi carico del problema, eliminando la plastica usa e getta.

La campagna WWF, GenerAzioneMare, apre un tour di iniziative volte a difendere il mare proprio da questo nemico subdolo e pericoloso. L’appello della maratona promossa dal WWF “Raccogliamo la plastica” per pulire le spiagge italiane dall’invasione dei rifiuti dalla Sicilia fino alla Liguria si concluderà a fine giugno. I volontari saranno chiamati durante la maratona a pulire decine di spiagge con l’obiettivo di liberare i nostri lidi.

Il WWF specifica l’incredibile resistenza della plastica nell’ambiente marino, una busta resta in mare fino a 20 anni, un bicchiere fino a 50 e un filo da pesca può durare fino a 600 anni.

La campagna, di cui testimonial è lo showman Fiorello, cade a ridosso di due importanti eventi internazionali, la Giornata Mondiale dell’ambiente e la Giornata degli Oceani e toccherà le spiagge di tutta Italia.

Tutti noi dovremmo riflettere sul fatto che la produzione mondiale di plastica, dal 1964 ad oggi, è passata da 15 milioni a 310 milioni, di questi 8 milioni di tonnellate finiscono in mare. Dati preoccupanti che non incidono esclusivamente sull’inquinamento nel mondo ma anche nella salute dell’uomo, poiché le micro particelle di plastica entrano nella catena alimentare umana attraverso i pesci che la ingeriscono scambiandola per cibo.

Questo scenario inquietante dovrebbe rappresentare una spinta per ridurre imballaggi e prodotti usa e getta per non vivere in futuro immersi in un mondo di plastica.


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