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In questi giorni stanno facendo discutere le esternazioni della Iena Nadia Toffa in merito al cancro che l’ha colpita nel 2017.

Parlare di cancro è sempre difficile.
Una scala senza corrimano da cui a un certo punto potremmo anche cadere e, in alcuni casi, farci davvero molto male.

Andiamo con ordine: nel dicembre 2017, dopo esser stata colta da un malore, la Toffa comunica in diretta televisiva di aver avuto un cancro e di essere “guarita”.
Pochi mesi perché l’allarme rientrasse.
Parole impulsive già allora quelle di Nadia.
Forse precipitose, perché non tutti ce la fanno e soprattutto non tutti possono dirsi guariti a pochi mesi dalla diagnosi.
E già allora si era attirata molte critiche e antipatie da parte del pubblico.
Lo stesso pubblico che, dopo le frasi emerse in questi giorni in occasione dell’uscita del suo ultimo libro “Fiorire d’Inverno“, ha manifestato una certa frustrazione.

“In questo libro vi spiego come sono riuscita a trasformare il cancro in un dono”.

L’analogia cancro/dono però non è piaciuta. Anzi, ha scatenato le ire di chi ha perso qualcuno e di chi della malattia ha ancora le piaghe addosso.
Non solo, giornalisti come Filippo Facci hanno parlato della faccenda come di una “spettacolarizzazione del tumore”.

Nadia Toffa, nel suo libro e nei messaggi pubblicati sui social, intende probabilmente parlare di coraggio, opportunità, gioia di vivere nonostante tutto. E io non vorrei farne una questione semantica ma sono sostantivi che poco si adattano alla descrizione di una malattia. Malattia che nonostante gli straordinari progressi della medicina, può essere terminale.

A scatenare gli utenti però è stato anche un secondo passaggio:

“non ho mai sospeso la vita per la malattia, per il cancro, e nessuno dovrebbe farlo. Ecco come ci sono riuscita io… ci può riuscire chiunque”.

Una “propaganda” scorretta perché di cancro si muore, nonostante tutto.
Nonostante la brama di vita, nonostante il conforto, i progressi della medicina, la forza di volontà, la passione, il sorriso, la voglia (e il bisogno) di non arrendersi.
Di cancro si muore.
Si tratta patologia complessa, estremamente personale e la diagnosi (così come le cure) vengono stabilite caso per caso.
Così come personale è anche il modo di affrontare la situazione: c’è chi, come Nadia, sente il bisogno di manifestare gioia e positività e chi, come Daria Bignardi per esempio, sceglie di vivere la malattia in modo diverso, in una dimensione più intima.

Solo in Italia, la stima è di circa 369.000 nuove diagnosi di tumore all’anno (2017).
Ogni giorno, vengono diagnosticati circa 1000 nuovi casi (fonte AIRC)
E quando parli a una platea così vasta, a quel corrimano devi tenerti ben saldo.
Perché a scivolare, ci vuole un attimo.

Sui social, come Twitter, è in atto una vera e propria battaglia a colpi di tweet e la Iena risponde a tono: “ognuno è libero di pensarla come vuole”.
Vero. E personalmente, sono vicina a Nadia e rispetto il suo modo di affrontare la battaglia.
Le sono accanto perché ognuno deve poter scegliere come vivere e combattere il mostro.
Servono gentilezza, rispetto e attenzione.
Però, non a tutti, basta il sorriso.


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