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Nei comportamenti quotidiani di noti personaggi che riempiono le pagine di una sedicente politica, di una altrettanto ingannevole informazione e di una inaffidabile interpretazione della realtà, molti commentatori cadono nella trappola riduzionista di portarli nell’alveo di categorie razionali.

Se è superficialmente credibile come insensata la teatralità isterica di una Cirinnà, la viscida mansuetudine di una Boldrini, il livore sarcastico di una Gruber o la melliflua disponibilità di una Lamorgese, un’analisi diversa porterebbe ad altre considerazioni.

Così come un giudizio altrettanto approssimativo sulle contraddizioni eclatanti di un Di Maio, sulle contorsioni giustificazioniste di un Conte, sulle fantasiose elucubrazioni di un Gentiloni o sul ridanciano protagonismo di un Renzi condurrebbe a delle conclusioni analogamente fuorvianti.

Inoltre questi e in numerosi altri figuranti più o meno pacchiani del teatrino mediatico si percepisce un qualcosa di intimo, di inconfessabile e di inquietante.

Non è solo l’arroganza ottusa di chi pretende di essere immune da ogni confronto con le proprie incoerenze e menzogne, né la disponibilità a tutto pur di mantenere le famose poltrone e i benefici ad esse collegati. Si percepisce quello che Max Scheler definisce con il concetto di autoavvelenamento dell’anima, quel miscuglio di stati d’animo che si agitano nell’incontro con l’interlocutore e che sono risvegliati dal senso di impotenza e di cattiva coscienza.

Certi attacchi personali, o certi sorrisini di sufficienza, o certe espressioni di supponenza, o certi scatti di insofferenza prescindono dalla persona che hanno di fronte, e manifestano piuttosto un compiacimento all’attacco rancoroso da parte di debolezze primitive interne. Sono proiezioni delle proprie problematiche non risolte che, evidentemente, vengono riattivate dall’altro, in maniera reale o interpretata non ha alcuna importanza.

Il livore, lo spirito di vendetta, la perfidia, la malignità, la cattiveria che giunge all’odio più esplicito non sono spiegabili con l’ottusità e l’opportunismo, fossero pure sinergicamente convergenti. Non sono neppure accettabili nella logica dell’amico-nemico, perché privi dello stile e del contegno tra due contendenti, tra due avversari.

Chissà quali ferite narcisistiche si portano dentro, quali frustrazioni mai elaborate e quali risentimenti mai metabolizzati.

Tutto ciò non giustifica l’astiosità verbale, le iniziative distruttive verso l’oppositore o la nazione, il furore negativo verso il bello, il normale, l’ordine, il retaggio e altri valori costitutivi di una comunità, ma serve solo a capire che contro il male ogni razionalità e ogni eleganza sono percepiti come sintomo di debolezza e di cedimento, quindi sostanzialmente inutili se non controproducenti.


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