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È la fine di gennaio quando la Rete impazza con una nota dai numeri sconvolgenti: quasi dieci milioni di persone nel mondo potrebbero morire ogni anno a causa d’infezioni resistenti agli antibiotici

A dirlo è il primo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla sorveglianza degli antibiotici. Un dato che, per ora, conta ventidue Paesi analizzati negli studi e che stima, per il 2025, un milione di decessi in territorio europeo, cifra che raggiungerà i dieci milioni in precedenza detti nel 2050.

La “fortuna” talvolta ci vede bene e sulla pagina Facebook di un amico leggo di un’interessante petizione rivolta al Primo Ministro canadese Justin Trudeau, ai leader mondiali e ai ministri dell’agricoltura, in cui si chiede formalmente il divieto all’uso di pesticidi neonicotinoidi evidenziando nella drammatica riduzione delle colonie d’api un pericolo per l’intera catena alimentare. L’obiettivo è il raggiungimento di 4.500.000 firme, a oggi sono quasi 4.451.000 i sostenitori.

Come fronteggiare dunque una diminuzione delle colonie d’api che, negli ultimi quarant’anni, si è rivelata costante?

Ne parliamo con Niccolò Calandri, co-fondatore, con Riccardo Balzaretti, di 3Bee: una piattaforma di Intelligenza Artificiale per la diagnosi precoce di patologie.

I fattori che negli ultimi anni hanno minacciato l’integrità delle colonie di api sono naturali, se pensiamo a microrganismi patogeni o parassiti, ma anche e soprattutto antropici, riferendoci qui a monocolture e pesticidi. Stiamo parlando di una mortalità che in molti stati europei supera i cinquanta punti percentuali.

Come avviene?

Noi sappiamo che circa l’80% delle colture d’interesse agronomico sono, per via diretta e no, fecondate da api. È quindi facile pensare con quante della gran parte di sostanze disperse nell’ambiente possano loro venire in contatto – in particolare i trattamenti per combattere l’acaro responsabile della varroatosi e gli antibiotici per contrastare infezioni batteriche, ancora ammessi in numerosi paesi extra UE – trasportando molte di queste all’interno del proprio alveare per poi causarne l’effetto del cosiddetto “collasso”.

La soluzione? Un alveare elettronico

È capace – ci dice Niccolò Calandri – di studiare e analizzare i problemi delle api: abbiamo inserito un dispositivo elettronico all’interno dell’arnia, alimentato da un pannello solare, che permette di analizzarne suoni e odori. I dati analizzati saranno trasferiti sul nostro cloud e potranno così essere gestiti dagli apicoltori per prendere coscienza dello stato di salute del loro apiario. Il nostro fine ultimo è quello di installare sufficienti dispositivi in modo da avere un network così ampio da permettere uno studio veloce dei veri problemi di questi insetti”.

Cuore pulsante del sistema

quattro sensori che rispettivamente misurano l’intensità e lo spettro luminoso della luce ambientale – per monitorare l’attività bottinatrice – l’umidità, la qualità dell’aria – per monitorare salute e produttività dell’alveare – l’intensità e lo spettro sonoro delle vibrazioni, per prevedere la sciamatura e ascoltare la nascita di nuove regine.

La forza di 3Bee – aggiunge Calandri – è l’algoritmo: tradurre in azioni e contromisure i risultati delle analisi dei dati raccolti”.

E chi avrebbe mai detto che questi piccoli insetti, con il loro semplice volare di fiore in fiore, avrebbero potuto costituire un bio-marker tanto significativo da concorrere a un processo naturale di studio della qualità dell’ambiente grazie al quale preservare la biodiversità, quindi la salute degli uomini?

Un altro esempio di come l’Internet of Things possa tradursi in innovazione e supporto al consumatore e non confinarsi al solo mondo meno tangibile della Ricerca.


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