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Ciao a tutti, mi chiamo Luca. Mi piace ascoltare le storie delle persone anziane, che raccontano della loro vita vissuta e dei loro amori ed amici passati, che non ci sono più. Sono come loro. Solo che io ho 34 anni, una vita vissuta alle spalle e senza un futuro davanti.

Un trauma, un incidente, la perdita di una persona cara o del lavoro. Ad un certo punto qualcosa si rompe irreparabilmente.

Accade a molti ma il più delle volte non ce ne accorgiamo.

Alterni giorni (e notti, ad un certo punto fai fatica a distinguerli) di insonnia ad altri in cui non ti alzeresti dal letto, momenti di astenia a scatti di rabbia, l’apatia più totale alla disperazione più profonda. Ogni giorno sembra uguale all’altro.

Per la gente, Luca è quello strano, asociale, irascibile, dal brutto carattere e di pessimo umore. Lo sa e per questo si sente incompreso e in colpa.

Non vorrebbe trattare male la sua famiglia e i suoi amici, sa che non ci saranno per sempre ma dentro di sé è buio e caos.

Si detesta per questo, sentendosi ancora più incapace, arrabbiato e infelice. Si detesta.

Si chiude ancora di più in se stesso, si esclude ed allontana chi gli sta vicino, che alla fine non sa più come prenderlo e comprenderlo ed è costretto a prenderne le distanze, gettando Luca ancora più nella solitudine e nella disperazione.

Ma soprattutto per gli altri, Luca è egoista. Proprio perché continua a pensare solo a se stesso, non riesce a vedere gli altri: è troppo concentrato a pensare al passato, ai suoi errori e alle sue colpe.

Luca è un grande appassionato di montagna, ma la solitudine e la sua cagionevolezza di salute gli impediscono ormai di andarci. Questo perché, come se non bastasse, anche il suo fisico ed il suo sistema immunitario si sono indeboliti.

Ma solo il pensiero della montagna gli fa riaccendere una pagliuzza negli occhi. Anche questo è per gli altri conferma di aridità del suo cuore: come si fa ad amare un sasso, anziché un essere umano?
Perché Luca non riesce a uscirne e perché tutti sembrano volere far finta di niente?

Perché la depressione è ancora un tabù: la nostra società si rifiuta di pensare che sia una malattia di nome e di fatto, e come tale andrebbe presa sul serio come un cancro, combattuta per una auspicabile guarigione (statisticamente 7 persone su 10 affette da questo disturbo, se curate in maniera seria e professionale, riescono a sconfiggerla).

Ma Luca è stufo anche di questo e vuole farla finita: basta passare dalle mani di uno psicologo ad un altro, a 100 euro a seduta, con la sola sensazione di essere considerato il solito ragazzo viziato che ha talmente tutto dalla vita da esserne annoiato. “Vuoi che ti prescriva qualcosa per dormire?”, manco fosse quello il problema.

Poi un giorno Luca entra in chiesa e decide di confessarsi: il suo cuore di pietra è diventato un macigno: chiede perdono al Signore per il suo rifiuto verso la vita, al fatto che Lo prega sempre di venire presto a prenderlo, per la durezza del suo cuore che gli impedisce di dimostrare l’amore che prova per coloro cui vuole bene, per la rabbia che prova verso Dio, verso tutti e verso se stesso.

Un prete molto giovane lo ascolta e gli risponde con queste semplici parole:

Caro Luca, il Signore ti ha già perdonato ma sei tu che devi perdonare te stesso. Il passato non si cambia ma da oggi sei tu a potere decidere di agire. E sarai capace di amare gli altri nel momento in cui sarai capace di amare te stesso. Amati e prenditi cura di te. È il primo modo per prenderti cura degli altri.

Quelle parole sono un balsamo per Luca.

Ma Luca ha bisogno di noi, è ognuno di noi. Come dice una frase, che alcuni attribuiscono a Platone:

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.


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