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Una delle migliori definizioni della medicina è la seguente: “La medicina è un’arte, che si avvale di strumenti tecnici reperiti dalla scienza, e che agisce in un mondo di valori”.

In questa enunciazione è implicita la risposta a tutti coloro che si chiedono come mai tre virologi diano risposte differenti sulla stessa condizione epidemiologica.

Innanzitutto, sia la scienza che la tecnica sono degli strumenti più o meno complessi in mano all’uomo, quindi già di per sé usati con variabili personali. La stessa metodologia super sofisticata delle neuroimmagini, ormai di grande diffusione, offre spunti di interpretazione diversissimi nello studio, ad esempio, delle emozioni.

Poi, fattore essenziale, proprio in quanto arte, è inserita in quel mondo di valori che è la più labile e discutibile griglia interpretativa della realtà che ci circonda.

Pensiamo soltanto all’idea di natura. In un tempo antico, la natura era “quell’ente immutabile che nessun dio e nessun uomo fece”, secondo il preciso inquadramento di Galimberti. La tecnica, perciò, era inserita nel miglioramento dell’uomo e del suo ambiente in totale rispetto delle regole prescritte, senza la possibilità di interferenza ritenuta empia e violenta. All’interno di un cosmo pervaso di sacro, la malattia era comunque un segno del destino, seppure nella disponibilità di intervento sulle cause e sulle manifestazioni fisiche e psichiche.

Con il cristianesimo la natura è messa a disposizione dell’uomo e della sua volontà di sottomissione e di manipolazione. Se a questo cambiamento di paradigma si aggiunge la potenza tecnocratica si avrà il criterio medico di questa epoca, e di conseguenza il diverso approccio ai problemi di salute, come ha dimostrato l’impatto virale di questi mesi.

Il virus visto come una fatalità di modeste proporzioni che ha colpito persone già geneticamente predisposte o con patologie invalidanti che ne hanno facilitato l’attecchimento.

Il virus come un imprevisto di moderata intensità che necessitava di una maggiore tutela e assistenza per i soggetti già debilitati e fragili.

Il virus come un evento altamente rischioso per tutti, con lo scatenamento delle più drastiche misure di prevenzione e di cautela da prescrivere indiscriminatamente a tutta la popolazione.

Nell’età classica, in cui la morte era un fatto naturale, il ragionamento sarebbe stato: il virus colpisce i più deboli perciò, per legge di natura, rinforzerebbe la razza e renderebbe l’etnia più adatta a sopportare le intemperie della vita e a fortificare la comunità.

Nella post-modernità, in cui la morte ha sempre un responsabile in quanto è stata espulsa dalla stessa idea di vita, il ragionamento è: il virus deve essere debellato affinché tutti possono vivere a tempo indeterminato e nessuno deve morire se non per una colpa da identificare e punire.

È tutta la nostra attualità che è infarcita da questo illusorio principio di potenziale eternità della tecnica.

Allora, condividendo l’impostazione di Galimberti secondo il quale la filosofia è “la problematizzazione dell’ovvio rispetto a quello che tutti pensano”, è “l’atteggiamento critico” che “mette in crisi la cosiddetta opinione diffusa” e quindi diventa necessariamente “il luogo dell’inquietudine”, voglio porre questa domanda scandalosa: è giusto che uno Stato di sessanta milioni di persone venga messo in ginocchio economicamente e psicologicamente terrorizzato per qualche migliaio di morti?

La morale non fa parte di questa domanda, che entra piuttosto nella sfera del raziocinio, del sangue freddo e della filosofia, appunto.


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