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Si chiama “Patto per la scienza”. E’ apparentemente un “pippone” di asserzioni che sembrerebbero ovvie (e alcune lo sono davvero). Ma nasconde un mostruoso intendimento: riabilitare lo scientismo ottocentesco.

Partito da due docenti universitari (Burioni e Silvestri) è diventata immediatamente – come probabilmente era nei progetti – un’arma del “politicamente corretto”, soprattutto dopo le firme di Matteo Renzi e Beppe Grillo.

Chi non lo sottoscrive o non esprime parole laccate di compiacimento e stupore aristotelico per tanta intelligenza messa in campo viene bollato dalla macchina social del fango come un retrogrado. Chi dissente, tanto per cambiare, viene identificato dagli orchetti del web come privo di cultura (nel migliore dei casi). Eppure, basterebbe averla un pochino di cultura per capire che quel “Patto” persegue di fatto due obiettivi: fornire un supporto politico a chi vorrebbe utilizzare la scienza quale giustificativo di scelte anche inaccettabili (è stata la comunità scientifica ufficiale a decretare l’inutilità della vita di Lambert Vincent in Francia o a decretare la condanna a morte per fame e sete del piccolo Alfie Evans in Inghilterra) e riabilitare una nuova stagione ottocentesca dello scientismo.

Emerge fin dalle prime sillabe del “Patto”, dove la scienza (scritta rigorosamente con la “S” maiuscola, tipo nuovo “vitello d’oro” di neo-pagani materialisti) viene definita addirittura un “valore universale”. Paragonabile insomma ai “valori universali” in cui l’umanità si è sempre riconosciuta: il valore della vita, la giustizia, la patria, la famiglia, Dio per chi crede … . Ma la scienza (che si scrive con la “s” minuscola) è altro: non è un valore universale intangibile, ma uno strumento conoscitivo in continua evoluzione.

Non si può chiedere di avere “fede” nella scienza, ma semmai fiducia nel metodo scientifico (che è altra cosa). Lo spiegava in modo diretto Karl Popper: “La fede cieca nella scienza è estranea allo scienziato autentico. Tutti i grandi scienziati furono critici nei confronti della scienza. Furono ben consapevoli di quanto poco noi conosciamo”. E se tutti i veri scienziati, a detta di Popper (ma il dato è pacifico) furono critici nei confronti della scienza, come si può scrivere in un patto per la scienza che occorre legiferare per fermare gli pseudo-scienziati? Chi stabilisce chi sono gli pseudo-scienziati?

A parte casi di assoluta evidenza (negazionismo dell’Aids o pranoterapeutici) ho letto la dichiarazione di un cialtrone (di cui, per fortuna non ricordo il nome) che definiva pseudo-scienziati i medici che sostenevano le ragioni di tenere in vita Lambert Vincent. Dove sta allora la verità? Forse il non-detto è quello per cui il “Patto per la scienza” indica in realtà i depositari di tale verità. Un nuovo salto nel tunnel del positivismo, un ritorno a Comte, il positivista francese che istituì una sorta di Chiesa laica della scienza. Un messia materialista di cui la storia ha fatto volentieri a meno.

Qualche settimana fa, la professoressa Maria Luisa Villa, immunologa all’Università di Milano, su La Verità, dichiarava saggiamente: “non siamo più nell’epoca del positivismo. Sappiamo di poter sbagliare. Dobbiamo imparare a rispondere ai dubbi della gente”. Ecco, spieghiamolo a chi sottoscrive il “Patto” con furore messianico mettendo alla gogna, con fare sanculotto, chi si rifiuta. E celebriamo la vera scienza, criticando la scienza.


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