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Il pensiero scandaloso del precedente articolo ha avuto un buon effetto deflagrante, almeno dai commenti personali ricevuti, tutti per altro educati e correttamente argomentati. Così ho pensato di aumentare la posta, di alzare il tasso della provocazione, e quindi del pensiero critico e dell’esame di coscienza.

Paul Bloom, famoso docente di Psicologia all’Università di Yale, mette in crisi nel suo saggio la diffusa convinzione che l’empatia debba essere il dispositivo indispensabile in ogni decisione che implichi un altro essere umano.

Ormai, per l’ipocrita opinione pubblica, il sentimentalismo più retorico – quello del “mettersi nei panni dell’altro” – ha la meglio sulla lucidità pratica e sulla coscienza razionale. Per parlare difficile, l’etica dell’intenzione di Kant, secondo la quale la buona motivazione di un gesto assolve qualunque conseguenza del medesimo, prevale sull’etica della responsabilità di Weber, che prevede di assumersi l’onere degli esiti negativi delle nostre più elevate azioni.

La domanda che Bloom pone è semplice: è morale la morte di uno per salvarne altri nove?
Ovvio che per i sostenitori dell’empatia e i diffusori della bontà egoistica anche la morte di uno solo è un atto che deve essere evitato e condannato. Sugli altri nove i commenti glissano, in attesa di soluzioni alternative non previste dal quadro complessivo. Il riflettore proietta il suo cono di luce su l’uno, mentre un’oscurità impenetrabile nasconde il resto della scena.

L’Autore si pone anche altre domande, una, per esempio, legata ai vaccini. Se un bambino subisce dei danni da una somministrazione, mentre centinaia di altri si immunizzano dalla malattia, è lecito sospendere tutte le pratiche?

A Gorizia, in un evento di storia, ho conosciuto Paul Aussaresses, un vecchio paracadutista francese il quale, di fronte ad un pubblico prima in parte rumoreggiante, poi perplesso e infine ammutolito, raccontava in una sua biografia di avere esercitato la tortura durante la guerra di Algeria. La domanda che ha posto alla platea è stata semplicemente disarmante: se
io, con la tortura, non avessi estorto al terrorista i luoghi e i tempi degli attentati, e in quegli attentati fossero morti vostri amici o familiari, avreste ancora deprecato il mio comportamento o lo avreste approvato per aver salvato le vite dei vostri cari?

Sono domande, queste, che superano la compassione individuale per rapportarsi invece ad un bene comune e superiore. È la stessa grave situazione che deve essere analizzata quando si parla di “ragione di Stato”, e che per molti aspetti coinvolge la situazione ancora in atto della cosiddetta pandemia.

Circa una trentina di imprenditori o precari si sono suicidati, migliaia di attività saranno fallite per sempre, oltre un milione saranno i disoccupati con ricadute disastrose su centinaia di migliaia di famiglie. È stato morale il tracollo di uno Stato di fronte alla morte – presunta e non documentata – di qualche migliaio di persone?

La comunità, etimologicamente parlando, prevede il dono, il sacrificio, l’altruismo, il sentimento superiore condiviso; la società prevede il contratto, l’utile, l’egoismo individualista, l’interesse particolare.

La risposta entra nell’ambito della filosofia di vita, della trascendenza o, se vogliamo, della metafisica. Il resto interessa la “mors tua vita mea”, l’“homo hominis lupus”, la moralità dell’umano, troppo umano di nietzschiana impostazione, la fregola disquisitoria della
doppiezza borghese.


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