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La morte dell’ematologo Franco Mandelli, Presidente dell’Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma Onlus (Ail) e di Gimema, priva la medicina di un clinico di una umanità rara, che per tanti anni è stato uno dei referenti più illustri in ambito internazionale nella lotta delle malattie del sangue, nello specifico contro il linfoma di Hodgkin e delle leucemie acute.

Le sue battaglie contro le malattie del sangue spesso si sono intrecciate ad attività che avevano come obiettivo la salvaguardia del benessere psicologico e fisico del malato, ricordandoci che un medico non deve perdere la propria dimensione umana.

Un uomo straordinario che ci ha dimostrato che con tenacia si possono sconfiggere tumori del sangue che fino a qualche anno fa erano letali, dedicando una vita intera alla ricerca, all’insegnamento e alla formazione di tanti colleghi e ricercatori, promuovendo numerose iniziative di solidarietà.

Tanti purtroppo sono ancora i medici che mostrano poca empatia e poco tatto nei rapporti con i loro pazienti, emotivamente distanti e lontani da dimensioni di umana pietà.

La scelta di intitolare la propria autobiografia “Ho sognato un mondo senza cancro” descrive benissimo la sua forza e la sua volontà di salvare le vite dei pazienti ematologici. Nel volume Mandelli racconta delle difficoltà e della sua estrema determinazione nell’affrontare una sanità poco lungimirante, dimostrando attraverso le sue raccolte fondi, come con competenza e forza di volontà sia stato possibile trasformare l’Ematologia di Roma in una realtà di livello europeo.

Franco Mandelli nella sua autobiografia non ci mostra solo la sua grande speranza di debellare i tumori del sangue, ma mette nero su bianco i volti e le storie di uomini, donne, bambini da lui curati, che hanno rappresentato la sua forza negli anni in cui le leucemie e i linfomi rappresentavano una sicura condanna a morte. La sua perseveranza unita ad umanità e ottimismo lo ha portato a vincere molte battaglie riuscendo a trasformare leucemie e linfomi in malattie come le altre, mettendo sempre il malato al centro di tutto.

È importante puntualizzare che in Italia, per i medici, essere comprensivi con gli ammalati è ancora un obiettivo da raggiungere.

Il percorso di Umanizzazione dei reparti deve servire a infrangere i limiti di un approccio solo scientifico nei confronti della sofferenza e della fragilità psicologica di un malato oncologico; fondamentale è l’attenzione alla persona nella sua totalità costituita da bisogni organici, psicologici e relazionali. Il concetto di umanizzazione promosso da Franco Mandelli segna un cambiamento importante in ambito medico, il malato non è considerato un mero portatore di una patologia ma viene valorizzato come persona, migliorando la vivibilità e il comfort dei luoghi di cura.

Il mondo non è ancora senza cancro, come sognava il professor Mandelli, ma certamente a lui si devono i grandi cambiamenti nella ricerca medica e clinica, gli enormi progressi nello studio, diagnosi e cura di quelle malattie che decenni fa non lasciavano spazio alla speranza di guarigione. Mentre il medico che tutti noi vorremmo incontrare sempre attento e disponibile all’ascolto che considerava il malato un protagonista con desideri e diritti da esaudire e rispettare non è stato un sogno, ma grazie a lui una meravigliosa realtà.


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