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“…a una a una, si svelano le stelle”

Sarà la mia fiducia incondizionata nel mondo della Ricerca o un ottimismo di fondo ma i versi ungarettiani sono stati i primi a venirmi alla mente nel leggere i risultati di un interessante studio recentemente pubblicato su Atmospheric Chemistry and Physics apparso fra le riviste scientifiche e divulgative nel suo principale abstract e dal quale vorremmo raccogliere anche qualche dato positivo emerso.

Lo studio

è stato condotto dai ricercatori dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Isac-Cnr) di Bologna avvalendosi della collaborazione dei colleghi della University of Southern California ed è stato correttamente riassunto dai principali Media con: “La nebbia aumenta la tossicità del particolato atmosferico”.

Parliamo con Stefano Decesari – ricercatore dell’Isac-Cnr coinvolto nello studio – per comprendere meglio termini e processi dei risultati divulgati e iniziamo dalla nota positiva:

L’inquinamento da polveri fini rimane un problema critico per la Val Padana ma tutte le osservazioni concordano nel mostrare un trend storico negativo nelle concentrazioni: si nota un 2 – 3% di calo medio all’anno nelle concentrazioni di PM10 o PM2.5 nel periodo che va dalla fine degli anni 90 fino ad oggi. Ci sono poi variazioni tra un anno e l’altro che dipendono dalla variabilità climatica, ma il trend medio mostra un calo generalizzato che si tende ad attribuire all’efficacia delle misure per il controllo delle emissioni”.

Un dato può esserci utile: il 70% del particolato atmosferico presente nel nostro territorio si definisce di natura “secondaria”; sostanzialmente si forma per reazioni chimiche in atmosfera, a partire ad esempio da inquinanti gassosi, ma in funzione delle condizioni ambientali e climatiche.

Noi riteniamo che – continua Decesari – anche il calo storico della frequenza di nebbia nei mesi invernali possa avere avuto un ruolo nelle variazioni storiche di concentrazioni di PM10 nel bacino padano e anche, come suggerisce il nostro ultimo lavoro, nelle caratteristiche di tossicità del particolato che respiriamo”.

Un termine spicca nell’intera ricerca: potenziale ossidativo

Esprime semplicemente la capacità di un inquinante di creare un disturbo nell’equilibrio fisiologico tra agenti nella cellula generando il cosiddetto stress ossidativo. Proprio quest’ultimo si ritiene essere uno dei possibili meccanismi di azione con cui gli agenti inquinanti, come il particolato atmosferico, inducono un effetto tossicologico sull’uomo comportando possibili danni biologici, come ad esempio al DNA o lo sviluppo di uno stato infiammatorio.

E’ stato osservato per diversi tipi di particolato atmosferico, sia in laboratorio che in condizioni outdoor in aree inquinate, specialmente usando screening in vitro con colture di cellule polmonari (epiteliali o macrofagi, nel nostro studio abbiamo usato macrofagi del polmone di ratto). Si ritiene sia esercitato da alcune sue componenti specifiche, come i metalli di transizione (ferro, nichel, rame) ed alcune sostanze organiche con proprietà ossiduriducenti. Nel nostro studio abbiamo visto che sono soprattutto queste ultime che si formano nelle goccioline di nebbia”. Ecco quindi come questa “possa agire come un reattore in grado di modificare le caratteristiche di tossicità delle sostanze chimiche contenute nel particolato atmosferico, compresi molti inquinanti”.

Decesari non riesce a confortarci appieno sul trend che investe la relazione fra i cambiamenti del clima e l’inquinamento atmosferico: “La pianura padana, anche se meno inquinata rispetto a 20 anni fa, rimane un ambiente fortemente inquinato, tra i peggiori nell’Europa occidentale, per cui sicuramente diventano necessarie ulteriori misure di mitigazione e di controllo delle emissioni

Le note positive le abbiamo colte, la nebbia si sta dissolvendo, per il fresco respiro che lasciava il colore del cielo ungarettiano, tuttavia, ci tocca attendere ancora qualche tempo.


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