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Il ministro dell’ambiente giapponese, Yoshiaki Harada, ha dichiarato pochi giorni fa che la TEPCO (Tokyo Electric Power Company) potrebbe dover riversare circa 1,09 tonnellate di acqua radioattiva nell’Oceano Pacifico.

Ma andiamo per ordine: nonostante siano passati otto anni dal disastro avvenuto alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi, la possibilità di ulteriori danni ambientali non è ancora stata scongiurata.

I reattori della centrale, seppur essa sia di fatto spenta, generano ancora del calore residuo a causa dell’attività radioattiva interna, problema al quale la TEPCO ovvia efficientemente tramite un sistema di raffreddamento ad acqua; tuttavia la stessa viene contaminata dagli svariati radionuclidi presenti nei reattori, che vengono però successivamente eliminati con trattamenti appositi.

L’unico che sfugge a tali controlli è il trizio, isotopo radioattivo dell’idrogeno e quindi indistinguibile dalle molecole già presenti nell’acqua.
Dovendo essere quindi filtrata, l’acqua per il raffreddamento viene periodicamente sostituita, stoccando quella esausta all’interno di appositi serbatoi.

L’annuncio del ministro Harada, nonostante tale problematica risalga già al 2013, arriva soltanto adesso in quanto lo spazio riservato all’immagazzinamento dell’acqua si sta esaurendo: per ovviare al problema le autorità competenti hanno esplorato molteplici soluzioni, dall’interramento alla vaporizzazione, ma la meno dispendiosa, e soprattutto più sicura, sembrerebbe essere quella di riversare l’acqua in eccesso nell’Oceano Pacifico.

Ciò ha ovviamente scatenato l’indignazione dello stesso governo giapponese e dei pescatori locali, preoccupati che questo possa rappresentare il colpo di grazia alla loro già tediata economia.
Alle grida di protesta si sono subito unite quelle delle amministrazioni estere, in particolare degli stati più vicini al Giappone e potenzialmente più esposti al rischio di contaminazione, quali Stati Uniti e Corea del Sud.

Ma l’acqua contaminata è effettivamente pericolosa? Pare di no.

L’unico elemento contaminante è infatti il trizio, che nelle quantità presenti sembra essere relativamente poco dannoso, meno del potassio-40 presente nelle banane e di gran lunga minore alle sostanze rilasciate dai test nucleari del 1960. Gli oceani sono infatti da sempre sottoposti all’attività naturale di diversi radionuclidi ben più tossici del trizio, tra cui uranio o carbonio, che tuttavia dispersi nell’immensità degli oceani non risultano minacciare in alcun modo la salute umana.

In termini quantitativi l’attività del trizio in una massa d’acqua pari a 10^13 litri non deve superare i 10.000 Becquerel, cioè 10.000 decadimenti di trizio al secondo, attenendoci agli standard limite della OMS; essendo il volume del Pacifico di gran lunga superiore ai 10^20 litri d’acqua, la dispersione dell’acqua contaminata nell’Oceano, dilazionandola nel tempo, sembrerebbe la più sicura.

Ciò ridurrebbe quindi il dibattito ad una corsa alla disinformazione tra le associazioni ambientaliste, i governi e i pescatori giapponesi, apparentemente più impegnati nel braccio di ferro per i propri interessi piuttosto che nella salvaguardia della salute pubblica e di quella dell’ambiente.


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