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Interessante, e ovviamente condivisibile, l’analisi che Souad Sbai fa del fenomeno della guerra islamica nel suo saggio “I fratelli musulmani e la conquista dell’Occidente”.

Spunti di riflessione, e di preoccupazione, ce ne sono tanti: dal percorso del proselitismo alla strategia finanziaria, dai luoghi già assoggettati in Europa alla sharia, alle tattiche di mimetismo sociale e politico.

Già di per sé sarebbe sufficiente analizzare e approfondire i dodici punti di un documento ritrovato in una villa svizzera nel 2005 sul “padroneggiare l’arte del possibile”. Un decalogo di tattiche, comportamenti e obiettivi per “plasmare e modellare la realtà tramite soluzioni e azioni che permettano di raggiungere i propri obiettivi in politica; studiare tutte le varie modalità di persecuzione di un intendimento e poi applicare quelle che per la situazione o la contingenza del momento appaia più utile al fine”.

Però, una questione esprime una tale gravità da risultare grottesca, oscena come ogni delitto e sublime come ogni tragedia: la costituzione di centri di “deradicalizzazione” in cui psicologi, educatori, assistenti sociali, imam moderati ed altre eventuali figure psico-religiose dovrebbero curare i detenuti per atti di terrorismo, o mercenari rientrati dalle zone di guerra per recuperarli e reinserirli nel proprio tessuto sociale dal quale sono partiti per combattere.

Insomma, tagliagole, torturatori e assassini vari, con l’aggravante di una fede sanguinaria ed una visione totalizzante del mondo, trattati alla stregua di pazienti affetti da problemi di alcol, di anoressia o di gioco d’azzardo.

L’Autrice conferma, attraverso altre voci accreditate, che questo procedimento non solo è stato finora poco lusinghiero, ma addirittura dannoso per le ingenti risorse riversate.

Stabilito ciò, l’Italia, naturalmente gode per una simile iniziativa, e nel 2017 il Parlamento vara un decreto che stabilisce un numero verde, una piattaforma multimediale per diffondere l’integrazione e incoraggiare il dialogo, il finanziamento di progetti universitari ed interculturali ed altre lodevoli quanto fantasiose iniziative.

A fronte di un documento, quello islamico, nel quale si definiscono delle precise pratiche di conquista dell’Occidente, l’Europa, e l’Italia nello specifico, cadono nelle stesse trappole che il nemico ha teso e organizzato.

Ad esempio si parla di strumentalizzare “questioni quali razzismo e islamofobia”, di partecipare ad assemblee ed inserirsi in strutture pubbliche politiche, di costruire supporti economici, di orientare decisioni a proprio favore, di intervenire sull’informazione per indirizzare opinioni e idee, di diffondere la fede islamica “affinché sia largamente ed efficacemente coperta dai media” con la sola finalità di conquistare e assoggettare l’Occidente.

E questo favorisce con le sue iniziative quello che i nemici hanno espresso strategicamente sulla carta. Il massimo dell’idiozia politica, e non solo politica.

Non resta, davanti a tanta grottesca inettitudine, che sottoscrivere quanto pronunciò Otto von Bismarck, il “Cancelliere di ferro” prussiano nel 1862:

Non con i discorsi né con le delibere della maggioranza si risolvono i grandi problemi della nostra epoca ma col ferro e col sangue.

La più efficace tattica espressa nel saggio.


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