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Oggi, 21 settembre, è la giornata mondiale dell’Alzheimer. Una malattia il cui impatto coinvolge paziente e familiari e la cui risposta si sintetizza con: diagnosi preventiva.

Alzheimer significa, in particolar modo per le fasi avanzate, assistenza continua.

In numeri: su dieci famiglie italiane, sono circa otto quelle che preferiscono sostenere personalmente l’ammalato assumendosi integralmente i costi dei trattamenti e dedicandogli all’incirca 7 ore di assistenza diretta, ossia di pura cura, e 11 ore di sorveglianza ossia di tempo trascorso con il malato.

Unico strumento a rivelarsi decisivo in supporto: la diagnosi precoce, campo in cui l’Irccs Fatebenefratelli di Brescia è punto di riferimento nazionale.

Il primario del reparto Alzheimer del Centro San Giovanni Di Dio, Orazio Zanetti sottolinea come l’enfasi sull’importanza della diagnosi sia oggi fondata anche sulla disponibilità di procedure diagnostiche molto affidabili e sicure: software che acquisiscono i dati di neuroimaging, risonanza magnetica cerebrale e pet cerebrale.

Referti quantitativi che, attraverso il confronto tra questi e i dati normativi, superano la dimensione soggettiva del medico.

Proprio negli ultimi 10-15 anni sono stati fatti passi da gigante in questa direzione che ci consentono oggi di diagnosticare la malattia di Alzheimer alle prime avvisaglie quando ancora la persona è in possesso delle proprie facoltà, prima che la malattia sia sfociata in una demenza conclamata.

Una procedura infondo semplice che prevede: una raccolta dati puntuale delle modalità d’esordio dei sintomi e la loro evoluzione nello svilupparsi della malattia; una valutazione del livello di autonomia; la valutazione di alterazioni della sfera comportamentale fra cui depressione, apatia e perdita di interessi; un esame fisico e uno neurologico e, per finire, esami del sangue e tomografia assiale computerizzata del capo.

E il restante 10%?

Si tratta di persone con problemi di memoria, per i quali si eseguono indagini diagnostiche più complesse e sofisticate nel cosidetto Ambulatorio Traslazionale per la Memoria, anch’esso parte dell’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia.

Parliamo di indagini radiologiche del cervello con risonanze ad alta risoluzione, processate al computer per quantificare – ricorre ancora il termine – la presenza di una riduzione della massa cerebrale funzionante, l’atrofia, oppure per verificare quanto zucchero il cervello sia in grado di consumare poiché non consumato in modo omogeneo quanto quello normale.

Il prelievo di liquido cerebrospinale, infine, consente di misurare la quantità di alcune proteine – chiamate beta-amiloide oppure tau – coinvolte nella comparsa della malattia di Alzheimer.

Da poco tempo è possibile “quantificare” la presenza di beta amiloide nel cervello anche con una semplice PET cerebrale.

Qualche dato significativo degli ultimi tre anni all’Ambulatorio Traslazionale per la Memoria dell’ IRCCS Fatebenefratelli: 556 pazienti valutati, un percorso diagnostico in cui il 23% di questi ha ricevuto la diagnosi di malattia di Alzheimer; al 92% di questi è stata infine proposta la partecipazione ad almeno un progetto di ricerca per la valutazione dell’efficacia di terapie innovative farmacologiche, con anticorpi anti beta amiloide, e non farmacologiche, tramite stimolazione elettrica.

Alzheimer, la risposta è: diagnosi precoce.


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