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Quattordici anni fa, un italiano di nome Carmine Cinnante arrivò nella cittadina di Michalovce. Una mattina partì con la sua Fiat dal paesino di Novosad, a circa 40 chilometri da Michalovce, dove viveva con la sua fidanzata, Lýdia. Cinnante era diretto verso l’Italia. Insieme a lui viaggiava uno slovacco di nome Ján, a cui aveva promesso di trovare un lavoro in Italia. A quell’epoca, nel distretto di Mihalovce, una persona in età lavorativa su quattro era disoccupata…

Inizia così l’ultimo articolo di Ján Kuciak che per Aktuality.sk, la testata per cui lavorava, e con l’aiuto di altre organizzazioni internazionali, ha ripercorso la storia dell’insediamento in Slovacchia di personaggi, politici e imprenditori, vicini alla ‘ndrangheta. Questa lunga e approfondita ricerca, che ricopre 15 anni, è costata la vita del giornalista e della sua compagna, entrambi assassinati.

Addentrarmi nel contenuto della sua ricerca, e del risultato prodotto, è qualcosa che esula molto le mie competenze e, soprattutto, richiederebbe un’analisi e una conoscenza approfondita del tema tale da dover risultare inattaccabile. Ciononostante, nel leggere i vari articoli che hanno trattato questo argomento, ho fatto i conti con morali differenti, con un tirare le somme dal sapore talvolta rassegnato, talvolta apparentemente tendenzioso.

Ad esempio in un articolo di Saviano che riassume i fatti legati a questa storia, emerge una morale sbagliata, ma che si ripete da sempre: “Anche in Europa, come in America Latina, l’unico giornalista che riceve sostegno è il giornalista morto.”

Un’altra morale che ho estratto, e che mi ha trovata assolutamente in disaccordo, è la facilità con cui si arriva a sostenere che i flussi migratori portino persino la Mafia, così come i cervelli in fuga e i pensionati, spinti ad espatriare dalla minaccia delle nuove mafie “straniere”.

Non c’è niente di più facile, in un periodo storico come questo, che cavalcare l’onda dello scontento generale per scaricare la responsabilità della corruzione nostrana, e della facilità con cui riusciamo ad esportarla, additando i flussi migratori come il motivo che spinge persino la mafia ad ampliare i suoi orizzonti.

Mi sembra riduttivo, soprattutto se il tutto viene condito da una sperticata lode alla giustizia Slovena meritevole di aver condotto “un’indagine rapidissima ed efficace” e proceduto immediatamente all’arresto di sette indagati di origini italiane.
Strano che sei, dei sette indagati, siano stati già rilasciati, e il settimo verrà rilasciato a breve. Decisamente rapidi. Avrei da dire sull’efficacia, ma tant’è…

L’ultima morale, quella su cui vorrei puntare maggiormente il riflettore, è quella dei manifestanti, che hanno sfilato in ben 25 paesi diversi, compresa la capitale, dove hanno organizzato persino un raduno di fronte al palazzo sede del governo, e chiesto a gran voce le dimissioni di Robert Fico, primo ministro Slovacco, a quanto pare coinvolto nella rete di corruzioni portate alla luce da Ján Kuciak.

Sarebbe un mondo migliore se, anziché cercare colpe nelle nuove realtà criminali, dovute a carenze di controlli sull’immigrazione e alla disperazione, ci svegliassimo dal torpore che ci ha ormai abituati a convivere con la mentalità mafiosa e omertosa così diffusa ad ogni livello in questo paese. Lo sarebbe se tutti, ognuno di noi, prendessimo le distanze da questa mentalità, e pretendessimo lo stesso distacco da chi ci rappresenta. Lo sarebbe se un giornalista d’inchiesta non dovesse rischiare la vita, nella più totale indifferenza, mentre cerca di rendere il mondo un posto migliore.

Forse la frase rassegnata di Saviano è vera, e allora noi non li meritiamo i sacrifici di persone come Ján Kuciak.


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