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Le parole di otto sillabe del vocabolario italiano non sono molte. La più usata (sa fa per dire) è “contemporaneamente”. Ma ce n’è una nuova che viene usata di recente. Si tratta di “deradicalizzazione”, un neologismo che ha messo in evidente difficoltà più di un cronista televisivo allorché, in questi giorni, è stato costretto a pronunciarla. Un termine che rischia di essere anche una mostruosità giuridica

A quanto apprendiamo si tratta di un procedimento applicato per la prima volta in Italia dalla procura dei minori di Trieste in relazione all’individuazione di un quindicenne di origine algerina che, da Udine, aveva creato un profilo su Telegram, denominato “Khaliafah News Italia”, attraverso il quale cercava di reclutare e istruire un gruppo di integralisti islamici.

In un’intervista il vicequestore di Trieste ha affermato: “Dopo una prima reazione molto fredda, il giovane è stato collaborativo. Ha quindi accettato di prendere parte ad un processo in cui, con un team di psicologi e anche un imam della comunità islamica moderata, lo si farà riflettere su come debba prevalere la cultura della pace”.

Ci permettiamo di esprimere le nostre perplessità sull’efficacia di tale trattamento. Ci sembra piuttosto un’improvvisazione giuridica nell’impossibilità di intervenire penalmente nei confronti di un minore. Tuttavia ci sembra che sia difficile che un imam, per quanto moderato, possa convincere un aspirante combattente votato alla guerra santa che l’Islam sia una religione “pacifista”.

E ci sfugge anche come un “team di psicologi” (notare, un intero team!) possa operare efficacemente nel far cambiare opinione a un nativo digitale radicalizzato che, grazie alla sua abilità, era riuscito addirittura a mettere nel sacco per mesi gli investigatori della polizia postale che lo stavano braccando sul Web.


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