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Il trentateenne Mark Zuckerberg (CEO di Facebook) si presenta al congresso visibilmente contrito, in abito blu: deve rispondere sul caso Cambridge Analytica. In ballo ci sono i dati di circa due miliardi di utenti.

La cravatta gli dona quanto un paio di pantaloni a vita bassa indossati da Adele.
Assediato dai fotografi, “vittima” di una popolarità che gli utenti della sua creatura bramano costantemente.

L’audizione viene introdotta dal conservatore Grassley: ad attenderlo, quarantaquattro senatori e quattro ore di video.
Segue Thune, che parla di Zuckerberg come l’incarnazione del sogno americano, un sogno che sta trasformandosi però nel peggiore degli incubi. Non c’è che dire, una propensione naturale alla teatralità la sua.

Punto cruciale è la tutela della privacy individuale.
Da quando agli americani interessi la privacy, non è dato saperlo considerando che (fra le tante cose), lo scorso anno, il congresso ha approvato “una norma che consente agli Internet service provider di vendere a terzi, compreso agenzie di marketing e agenzie governative, i dati di navigazione dei loro utenti, senza alcuna necessità di chiedere preventivamente il loro consenso (fonte Valigia Blu)”.

Zuckerberg ascolta, sbatte frequentemente le palpebre, si guarda le mani, respira e non perde tempo: si assume ogni responsabilità, scusandosi per lo scandalo collegato a Cambridge Analytica e ricorda di quando era solo un ragazzino nella stanza di un dormitorio.
Della serie: guardatemi, sono un bravo ragazzo, posso commettere anche io qualche errore.
Si assume la piena responsabilità di quello che è successo e i mercati lo premiano.

I mistake and I’m sorry.

Ha poi evidenziato la natura della piattaforma (si definiscono una tech company) e di come nonostante non abbia il ruolo di “editore” occorre assumersi la responsabilità dei contenuti caricati dagli utenti, esercitando un controllo serrato. Ci vorrà comunque del tempo per “realizzare tutte le riforme necessarie”.

Gli viene chiesto dopo quanto tempo i dati vengano cancellati a seguito della disattivazione di un account. Una risposta certa non c’è ma “cerchiamo di agire il più rapidamente possibile”.

E i dati coinvolgono inevitabilmente anche la sfera politica. Cruz non menziona Cambridge Analytica ma domanda più volte al CEO se la sua sia una piattaforma neutrale. “Qual è l’orientamento politico dei vostri moderatori?
Non la cita, forse perché la campagna del Sig. Cruz ha effettuato 19 pagamenti alla stessa nel 2016 per un totale di circa sei milioni di dollari?

Si parla anche di monopolio. La paura è che Facebook stia diventando un demogorgone capace di fagocitare qualsiasi cosa.

Regulation can cement the dominant power… One of my biggest concerns is that the next Facebook, the guy in the dorm, that you are becoming so dominant that we won’t be able to have the next Facebook.
– Mr Sullivan

Ammettiamolo una buona volta: questa manfrina sui dati fa ridere. Ridicola quanto le bandiere americane piazzate a caso nella comune scena di un film a stelle e strisce.
Pensateci la prossima volta, prima di fare il solito test “che razza di gattino sei?”.
Leggetele queste benedette norme sulla privacy: non è difficile.


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