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I decreti del Presidente Conte indirizzati al contenimento del Coronavirus di fatto sono anche una grande limitazione delle nostre libertà decisa d’imperio.

Pochi giorni di convivenza col virus sono bastati per passare da uno stato di diritto ad uno “Stato d’eccezione”.

Un Occidente fragile e presuntuoso si trova all’improvviso di fronte ad un redde rationem e ora il quesito è: fino a quando e fino a dove si spingerà lo “Stato di eccezione”?

Nel 1922 C. Schmitt definì il Sovrano “colui che decide in stato di eccezione”, un termine che indica provvedimenti eccezionali presi in periodi di crisi e che vanno compresi alla luce dell’antica massima secondo cui “necessitas legem non habet”.

I nostri Padri Costituenti questa ipotesi non l’hanno presa in considerazione, il Presidente del Consiglio non era pensabile potesse assurgere a Sovrano e neppure per il resto dell’Occidente questa era una ipotesi plausibile.
Per inciso, fu lo “Stato di eccezione” nel secolo scorso ad accompagnare le derive che portarono ai totalitarismi.

Non si tratta di un diritto speciale, è la sospensione più o meno modulata del diritto e ora si presenta come tecnica di governo attuata con l’estensione man mano crescente dei poteri dell’esecutivo attraverso l’emanazione di decreti e provvedimenti presi, appunto, in “Stato d’eccezione”.

L’esercizio di questa prerogativa erode necessariamente la democrazia, anch’essa ora interrogata da un Virus.
L’attività legislativa del Parlamento di fatto è sospesa, mentre nel Paese il potere decisionale dei consigli comunali è ormai un simulacro.

Lo “Stato di eccezione” si è imposto partendo da un principio secondo cui la necessità caratterizza una situazione singolare in cui la legge perde la sua potenza e man mano la necessità sta costituendo il fondamento e la sorgente della legge.

Il diritto non ammette lacune e se il giudice deve emettere un giudizio anche in presenza di vuoti legislativi, per estensione quando emerge una lacuna nel diritto pubblico il potere esecutivo ha l’obbligo di porre rimedio: è lo “Stato di eccezione” che si è improvvisamente affermato.

Leggi non scritte, quelle della necessità, stanno prevalendo sul diritto che reagisce di conseguenza, ma è in posizione di difesa denunciando la fragilità che caratterizza l’Occidente anche su questi fronti.

Nello “stato di eccezione” la decisione sospende o sorpassa norme, ritualità, tempi e procedure che in democrazia sono sostanza.

Ciò che l’arca del potere contiene al suo centro è lo “stato di eccezione” (Giorgio Agamben, 2003) , ed è una macchina che ha funzionato attraverso fascismo, nazionalsocialismo e regimi comunisti giungendo fino a noi in modo ovattato, ma efficace e che ora si riafferma in tutto l’Occidente a causa di un virus.

In tempo di crisi il governo costituzionale deve essere alterato in qualsiasi misura sia necessaria per neutralizzare il pericolo e restaurare la situazione normale….il governo avrà più potere e i cittadini meno diritti…la democrazia è figlia della pace e non può vivere senza la madre” ( C.L. Rossiter, NJ, 1948) , parole scritte nell’immediato dopoguerra, ma sempre attuali ora che lo stato belligerante non è detto sia cruento.

Brevi riflessioni su una questione che, partendo proprio dall’Italia, si è prepotentemente riaffacciata in un Occidente caratterizzato da una fragilità che è già stata evidente dopo l’11 settembre 2001, ma che ora è scappata di mano a tutti.

Un’altra questione è evidente: il concetto di “confine” che era sotto attacco in questo inizio di millennio ora è tornano con tutta la sua antica potenza a segnare di diversi colori le cartine geografiche, cominciando da quella di una Europa che deve ritrovare la sua anima.

L’obbligo di rimanere in casa, tra quattro mura, ha riportato in auge anche il significato di “muro” come strumento di difesa.

Scenario complesso che propone una sfida da ricondurre nell’unico ambito possibile, quello della Politica, intesa come arte di rendere possibili le cose necessarie.

La Politica però è inerme in uno Stato d’Eccezione.


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