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Capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci”: la vita di Tina Anselmi, morta nella sua casa di Castelfranco Veneto il primo novembre 2016 a 89 anni, può essere riassunta in questa frase, risalente agli anni in cui entrò nella Resistenza.

Cresciuta in una famiglia cattolica e antifascista, da ragazza divenne staffetta partigiana nella brigata Cesare Battisti, un’esperienza che la segnò per sempre sul piano della vita e delle idee.

Laureata in Lettere all’Università Cattolica del Sacro Cuore, svolse la professione di insegnante in vari licei del Veneto. Già allora dimostrò la sua vicinanza al sindacato cattolico, in particolare nella difesa dei diritti delle operaie tessili e delle donne: si occupò soprattutto dei problemi della famiglia e della donna e a lei si deve la legge sulle pari opportunità.

Fu una colonna della Democrazia Cristiana, cui si iscrisse a 32 anni, e divenne, dopo una lunga esperienza all’interno del consiglio nazionale della Dc, la prima donna della Repubblica ad essere nominata Ministro, nel 1976, assumendo la guida del Dicastero del Lavoro e della Previdenza sociale e successivamente quello della Sanità in due governi presieduti da Giulio Andreotti. Legò il suo nome alla riforma che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale.

Ma la sua popolarità si deve all’incarico forse più delicato della sua esperienza politica, quello di Presidente della Commissione sulla loggia massonica P2, nel 1981, nel corso dell’ottava legislatura. Con il suo temperamento d’acciaio, forte e discreto, si dimostrò un’inflessibile avversaria dei poteri occulti: davanti alla commissione, che concluse i lavori quattro anni più tardi, sfilarono generali, politici, banchieri, capi di governo, giornalisti, imprenditori, editori, il gotha della finanza italiana, interrogati senza timori reverenziali dall’ex staffetta partigiana, fino a rivelare la trama sempre più stringente in cui l’Italia stava precipitando.

Solo il prestigio personale di donna competente, leale e onesta, rese possibile la sua singolare carriera politica. Lo testimoniano anche le molteplici onorificenze e riconoscimenti che ricevette (nel 1998 Dama di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica; nel 2009 il “Premio Articolo 3” per l’attività svolta al servizio della libertà e dei valori di uguaglianza).
Rettitudine morale e passione civile la rendevano, anche in età avanzata, donna attraente ai giovani. Intelligente nel porre interrogativi, non amava sentenziare e si asteneva dal giudicare, e fino agli ultimi anni, finché la malattia le concesse spazi di dialogo, trasmetteva con entusiasmo i suoi convincimenti, mai chiusa in visioni pessimistiche.

Di umili origini, non rinunciò mai alla semplicità della vita. A Castelfranco le bastava il piccolo appartamento dove ricevere le persone con riservatezza, che spesso le presentavano sofferenze e bisogni; se poteva, aiutava, ma non illudeva. Incapace di pettegolezzo, non si intrometteva nelle responsabilità altrui, non si riconosceva nello stare contro, perché credeva nelle potenzialità delle persone e nelle opportunità della vita.

Negli ultimi anni si ritirò ancor più a vita privata, per distillare poche esternazioni riguardanti per lo più i pericoli per la democrazia in cui si poteva incorrere nonostante la nostra Repubblica fosse sempre più matura. “Attenti che in democrazia nessuna vittoria è irreversibile”, fu uno dei suoi ultimi ammonimenti.

Fu una protagonista della politica italiana e sarebbe stata un grande Presidente della Repubblica.


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