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Ormai, in questo povero Paese, siamo talmente messi male che perfino i complotti sembrano organizzati dai “soliti ignoti”: una complottistica alla pasta e ceci, che, anziché inquietarci, ci suscita un mezzo sorriso di compatimento.

Un sistema televisivo squinternato, abbandonato tra le braccia di una classe politica in totale disarmo, non riesce più nemmeno ad apparire perfidamente subdolo: trama poveramente, alla luce del sole, con trucchetti da avanspettacolo, con le toppe sui calzoni, per così dire.

Siamo una postdemocrazia latinoamericana: ci aspettiamo di veder comparire, da un momento all’altro, la facciona di Eli Wallach, che, dal video, ci promette un futuro radioso, con l’accento di Tuco, il bandito sfigato de “Il buono, il brutto, il cattivo”.

Invece, al posto di Tuco, ogni santo telegiornale che Dio manda in terra, in ogni chiacchieratoio televisivo, compare il volto, prossimo alla prolassi, di Tajani.

Tajani è ovunque: è la vera star televisiva di quest’ultimo scampolo di 2018. Con quell’aria bolsa e sempre un tantino sudaticcia, con quel suo principio di pinguedine e l’accento strascicato del romano appena tornato dal mercatino rionale, che non vede l’ora di sdivanarsi davanti alla televisione, Tajani è l’icona del nuovo che avanza. Anzi, del vecchio che torna: ammesso e non concesso che se ne fosse andato via.

Il suo pensiero politico sembra avere lo spessore della carta velina: la sua logica stringente sembra immaginata da Collodi. Eppure, Tajani è lì: catapultato dall’eventualità, a combattere una battaglia tra morti viventi, per spartirsi quel che resta dell’Italia.

Non è nessuno, non conta nulla, non sa e non rappresenta nulla: eppure è lì. Vivo o semivivo, riappare, nelle sue giacche dal taglio incerto, con le sue cravatte sempre un filo fuori moda: e, incredibilmente, i conduttori televisivi gli fanno delle domande, si aspettano delle risposte, lo ascoltano farfugliare, serafici, e fanno sì con la testa.

Disibernato dopo anni di stoccaggio, direttamente dall’epoca delle olgettine, come Uan e Drive In, imboccato dalla gallina di turno, Tajani ci viene a raccontare la stanca tiritera che gli hanno fatto mandare a memoria. E chissà quanto ci avrà messo ad impararla!

Perché Tajani non esiste davvero: Tajani è semplicemente una metafora. Il desolante ologramma di una politica che è con le spalle al muro, fra promesse immantenibili, bracci di ferro persi in partenza e ciarpame propagandistico un tanto al chilo.

Così, stabilito che il futuro gialloverde appare piuttosto catastrofico e che riproporre il giochino di un centrosinistra immigrofilo e ribaldo vorrebbe dire fare esplodere la caldaia, i mastri pensatori della politica si sono reinventati questo coso, Tajani, per proporre agli Italiani una versione rinvenuta in acqua calda della mummia ottima massima, la quale, per tornare in pubblico, necessiterebbe di un ulteriore, insostenibile, tiraggio dell’epidermide. Col rischio di vederlo schioccare in diretta televisiva, e chiudersi come una tridacna gigante.

Così, anziché il vero Berlusconi, si è deciso di mandare avanti il suo grembiule da cucina autografato: il suo Doppelgänger alla vaccinara. Tajani, appunto.

Uno che tifa Europa, ma a cui nessuno ha spiegato che anche l’Italia è in Europa, e che tifare Europa contro l’Italia rischia di apparire un tantino antipatriottico, perfino in un Paese sprovvisto di identità e di orgoglio nazionale come il nostro.

Solo che, siccome Tajani è la carta della disperazione, tutti fanno finta, in una pietosa e concorde ecolalia, che abbia qualcosa da dire, qualcosa da fare.

Tutto per fare digerire al popolo un’improbabile riedizione del compromesso storico, con il PD e FI a dare rassicurazioni e pacchette sulle spalle agli elettori disorientati dalle capriole leghiste e pentastellate e ai dietrofront dei rispettivi leader.

Fidatevi: meglio vivere schiavi che morire di fame, sarà il motto della nuova coalizione. E Tajani, con quell’aria un po’ così, è quanto di più rassicurante si possa raccogliere, tra Latina e Viterbo.

Per il complottone alla pasta e ceci il vero problema sarà che si vota anche a sud di Latina e a nord di Viterbo: ma Tajani è uno tosto. Una cosa per volta.


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