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Su di una nuova testata, esattamente come in qualunque altra attività umana, è bene farsi conoscere e riconoscere, prima di dare adito ad equivoci o incaute aspettative. Visto che, improvvidamente, il direttore ha pensato bene di assegnarmi una rubrichetta, anziché affidarmi alle solite quattro righe di biobibliografia, che dicono tutto e niente, vorrei far sapere ai miei due futuri lettori come la penso, cosa faccio e, soprattutto, cosa non faccio.

Si fa in fretta: faccio lo storico, di solito la penso al contrario e non faccio il tuttologo. Credo che lo storico sia una specie di idraulico: uno che stura i lavandini della memoria, cercando di eliminarne gli ingorghi, di rispristinarne le guarnizioni e di lasciarli efficienti e puliti in maniera accettabile per l’utente. Niente di più e niente di meno. Uno storico, per come la penso io, deve affrontare i nodi della storiografia: non cercare di evitarli come si evitano le buche in tangenziale. E li deve sciogliere: altrimenti non è uno storico, ma, semplicemente, uno che sa stare al mondo. Quindi, il nostro storico sarà, di necessità, divisivo, magari un po’ scomodo e, spesso e volentieri, manderà a quel paese vulgate e pachidermi, cercando la verità o, almeno, un brandello di verità. Quella verità che qualunque studioso serio sa essere meta irraggiungibile, ma la cui ricerca, sia pure approssimativa e a tentoni, segna il discrimine tra uno storico perbene e uno permale. Per questo dico che, sovente, passo per uno che la pensa al contrario: perché, in certi ambienti, anche solo l’azione di pensare appare eversiva e controcorrente. Allontanarsi da quella specie di plumbea cappa di conformismo che accomuna tanti e tanti ricercatori di casa nostra è poco meno che un atto di lesa maestà: ragionare, dunque, significa, implicitamente, andare contro.

Dubito ergo sum

potrebbe essere, invece, secondo me, l’impresa dello storico: per certo, è la mia, casomai non l’aveste ancora capito.

D’altra parte, districarsi tra le vulgate, gli omissis, i divieti, gli argomenti tabù e gli atti di fede che avvelenano la storiografia contemporanea è una bella impresa: è lo slalom di Kitzbuhel, la Paris-Dakar, il Mezzalama. Anche perché non tutti gli ostacoli sono stati messi lì per malizia: spesso sono la pigrizia, il pressapochismo, la poca voglia di indagare che costruiscono i falsi storici. Un errore viene ripetuto una, dieci, cento volte, fino a diventare verità: fino a smettere di essere un errore. La notte di Natale dell’Ottocento, come i morti di Cefalonia: certe volte sembra troppo faticosa la correzione, e si lascia tutto com’era. E, poi, non crediate, cari miei, che io sia sempre in grado di distinguere il grano dal loglio: se c’è una cosa che ho imparato, in tanti anni che ho studiato e scritto la storia, è che la cosa più difficile e più apprezzabile per uno storico è l’elementare sintagma “non lo so”.

Capisco che un uso strumentale della storia, a vantaggio di questo o di quel politico o di qualche fazione, faccia sì che l’immagine televisiva dello storico sia quella del felice onnisciente, che argomenta con cognizione di causa e competenza sulle crociate, la corsa allo spazio e la Repubblica Sociale, passando dal Neanderthal: ebbene, non è così. Quelli che si fingono onniscienti mentono, barano, smerciano fuffa: mi accontenterei di poter dire di essere competente del mio minuscolo orticello.

Io non sono un tuttologo, dunque: vi racconterò qualche scampolo di storia, di quella che conosco meno peggio, e vi dirò cosa penso di questa Italia, delle sue magagne e delle sue storicissime contraddizioni, come potrebbe fare qualunque cittadino un po’avvertito in materia politica ed istituzionale. Di più non saprei fare: spero vi basti la mia promessa di onestà intellettuale, a garanzia della quale posso esibire un conto in banca che vira verso il purpureo ad ogni cambio di luna. Qualche notizia, due o tre ragionamenti, un paio di riflessioni: questa è la storia secondo Cimmino. La carriera non mi ha mai interessato e gli applausi mi fanno piacere, ma i fischi non mi levano l’appetito, che è robusto e belluino. Se non mi fossi laureato, magari, adesso sarei ministro della Pubblica Istruzione, porca l’oca! In compenso, mia mamma, che ha novantacinque anni e mi mette ancora a coppella, mi avrebbe diseredato. Come insegna la storia, ogni medaglia ha il suo rovescio. Andiamo a incominciare.


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