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Torno or ora da èStoria: il più importante raduno di storici in Italia, che si tiene ogni anno a Gorizia. Si tratta, per chi non lo conoscesse, di un festival a tema, che riunisce, nel penultimo fine settimana di maggio, storici di tutto il mondo, che convergono nella città isontina per trattare argomenti specifici o per presentare i loro ultimi libri.

Insomma, una kermesse che rappresenta lo stato dell’arte della storiografia internazionale ed italiana. E qui giungono le dolenti note, che sono un po’ lo stigma dei miei interventi electomagici.

Se, tra le fila degli storici e dei ricercatori stranieri, ogni anno, compaiono volti nuovi, tra quelle nostrali, ahimè, i volti sono un po’ sempre gli stessi. E, talvolta, sembrano più culi che visi. Quest’anno, ho avuto il piacere di condividere degli incontri con alcuni di questi giovani venuti dall’estero: Thomas Weber, Mustapha Aksakal, Jean Cristophe Brisard, per esempio. Sono studiosi, ricercatori, giornalisti, che si sono già fatti strada e che hanno pubblicato saggi stampati in tutto il mondo. Sono quarantenni brillanti, elegantemente casual, che si esprimono in un inglese impeccabile ed argomentano con gradevole leggerezza su tempi molto complessi, rendendoli comprensibili anche all’uditorio meno avvertito. In altre parole, divulgano.

Tra gli italiani, senza fare nomi per ragioni di stile e di querele, spiccavano invece, vecchi tromboni, sussiegosi e pieni di sé: ordinari universitari arruolati a colpi di tessere politiche, baroni e valvassori, che raccontano da decenni le stesse trite sciocchezze, gramolate e metabolizzate in cattedra o in convegni sonnacchiosi. Li contraddistinguono due caratteristiche che, personalmente, trovo detestabili: un linguaggio sciatto infarcito di polisillabi pretenziosi ed un’evidente resistenza all’idea di fare posto ad altri sui loro preziosi cadreghini. Pachidermi inutili e scientificamente grotteschi.

In molti paesi anglosassoni, se vuoi una cattedra universitaria, ti presenti, sciorini titoli e pubblicazioni, fai un bel colloquio in inglese sui temi delle tue ricerche e, se piaci, vieni assunto.

E’ necessario che spenda due parole su come funziona da noi l’arruolamento universitario o ve lo figurate da soli? La nostra cultura decade giorno dopo giorno, i giovani studiosi scappano e i vecchi dinosauri sopravvivono, flaccidamente: saggio dopo saggio, convegno dopo convengo, in un perpetuarsi di ovvietà, errori e tracotanza (e panza!).

Svecchiarsi bisognerebbe: dare spazio a nuove idee, nuove opportunità, nuovi nomi. Poi, però, ti accorgi che il sistema ha fatto danni pressochè irreparabili. E che i nuovi nomi non ci sono o sono gli stessi di quelli vecchi. E, allora, te ne torni a casa con l’idea che questo povero Paese sia davvero destinato all’estinzione.


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